Su Diritto Canonico l'intervista a Mauro Cascio

Francesco Angelone, direttore della rivista cattolica Diritto Canonico, ha intervistato Mauro Cascio, anche in occasione dell’uscita del suo ultimo libro «Dove sei?».

Secondo lei si può vivere nel mondo senza l’idea di Dio? «Mi riformulo la domanda. Si può vivere senza avere un’idea del senso complessivo delle cose? Si può vivere senza tentare di rispondere al perché di quello che esiste, al fondamento alla cosa ultima? Certo, si può vivere benissimo anche senza farsi domande. Questo non vuol dire che la domanda non esista e non appassioni chi, invece, la domanda se la pone. Quello che differenzia religioni, culture, non è la domanda, ma è la risposta. Ed è in questa dialettica che si inseriscono religioni e filosofia. La filosofia mette a fuoco la domanda. Non chiede chi è Dio, non in questi termini. Ma certo obbliga a chiarire l’orizzonte e il destino dell’uomo. Le religioni provano a definire risposte più articolate, qualche volta anche in assenza di domanda. Ricordavo qualche anno fa di quella storiella per cui degli studenti di teologia, appesero, sotto la targa della Facoltà di Filosofia, un cartello con su scritto: “Domande senza risposta”. Così gli studenti di filosofia il mattino seguente risposero appendendo sotto la targa della Facoltà di Teologia un cartello con su scritto “Risposta senza domande”. Non saprei dirla meglio di così».

Storicamente le religioni hanno rivestito un Ruolo primordiale non solo nelle scelte individuali, piuttosto incidendo sensibilmente sulle decisioni delle istituzioni politiche dove quel Credo religioso ha ottenuto maggiori consensi. Si pensi alle azioni repressive che hanno animato le Crociate, le pratiche della Santa Inquisizione. Ebbene, Le chiedo quanto e in che modo tale commistione tra Fede e Istituzioni abbia contribuito a sviluppare la diffusione di simboli iconici della religiosità in nome dei quali è stata scritta la storia? «Una veloce premessa per chiarire il mio pensiero. Io credo esista un’unica verità, di natura concettuale, e credo che le religioni non siano altro che una ‘espressione’, storica, geografica, per meglio dire: culturale, di questa verità. Quindi non esiste una verità più vera delle altre. Ogni verità religiosa è un modo diverso di raccontare la stessa cosa. A Napoli c’è la pizza Margherita, a Latina la Demoralizzata, a Priverno la falia, a Palermo lo sfincione. A Napoli piace morbida, a Roma croccante. Ogni specialità incarna e interpreta una idea di pizzeità intorno alla quale ci possiamo sedere, parlare, litigare e che ogni comunità interpreta a suo modo, utilizzando per esprimerla i prodotti della propria terra, chi aggiungerà acciughe e origano, chi la mozzarella di bufala, chi vorrà dare un tocco di originalità al gusto e al sapore con il pomodoro pachino. Il filosofo sa che sono forme diverse di fare la pizza e il problema non se lo pone. Può mangiare con lo stesso gusto e non si chiede quale sia la ‘vera’ pizza. Secondo lei perché sono grasso? Per venire alla seconda parte della sua domanda il problema nasce quando intorno a un modo di interpretare la ‘pizzeità’, cioè l’essere pizza, intorno a una ‘scuola’ per così dire, si viene a creare un potere politico, in cui si tenta di controllare e uniformare un gusto e in cui, soprattutto, si incomincia a fare la guerra alle altre pizze perché la mia pizza è più, vera, autentica, originaria, della tua. Si cercherà sempre una pizza più antica da cui far discendere tutte le altre per poter trovare nella storia un criterio di autenticità. Ma ogni particolare ricetta, in realtà, interpreterà un particolare momento storico. La cultura è così, non è data una volta e per tutte in un determinato momento. Ma è fatta di contaminazioni che, nei secoli, ‘divengono’, diventano, cioè, altro. Quindi fissiamo la margherita come originaria. E diciamo: prima del 1899 non esisteva la pizza. Ma non è così, perché esisteva sia il termine, sia i condimenti. Condimenti che nemmeno sono originari, perché il pomodoro non lo abbiamo sempre avuto. Le guerre sono nate dalla pretesa che le espressioni non siano da considerare tutte con la stessa dignità, ma come dominio di una cultura su di un’altra. E gli ‘infedeli’, ovviamente, sono sempre gli altri»·

In un recente articolo a firma di Alessandro Morelli e Andrea Porciello( Verità, potere e simboli religiosi), relativamente al fenomeno dei flussi migratori, che stanno investendo la nostra Penisola negli ultimi anni, l’autore sostiene che “il linguaggio simbolico rinvii ad una verità non altrimenti conoscibile”. Rinviando al pensiero di Ricoeur, quale filosofo del simbolo per antonomasia, come ritiene di dover conciliare il legame complesso tra simbolo, quale via privilegiata di accesso alla verità, e democrazia, che rifugge dal ricorso ai simboli per legittimare diritti e doveri? «Qui la risposta è molto complessa. Ricoeur parte da premesse freudiane che certo non sono le mie. La questione qual è, per dirla in soldoni? Così come ogni sogno ha una sua ‘interpretazione’, così come un’opera letteraria ha (o dovrebbe avere) un suo senso e una sua intenzionalità (e il suo senso o la sua intenzionalità può perfettamente essere quello di non averne una), così il simbolo rinvia ad un universo semantico non immediatamente espresso dal simbolo stesso. Se non sottolineiamo il valore analogico del simbolo, ogni segno rinvia ad un unico campo semantico, rischiamo che un simbolo finisca per indicare ogni cosa, e indicando ogni cosa finisca di fatto per non significare più nulla. Lei prenda una banana e la appiccichi al muro con del nastro adesivo. Cosa vuol dire? Probabilmente nulla. È solo una provocazione. Eppure vedrà quante letture verranno date a quel gesto. A me piace la sicurezza in cui questo significa quest’altro. Cioè rinvia analogicamente a. Altrimenti è il caos. Non credo in una lettura politica e istituzionale, non vedo grosse parentele o attinenze. Il linguaggio simbolico o appartiene alle pseudoscienze, o all’arte. Ci può essere un utilizzo del simbolo in ambito conoscitivo, ma andremmo decisamente fuori tema».

L’attenzione manifestata in seno alle aule giudiziarie verso l’utilizzo di simboli religiosi necessari ad affermare nello spazio pubblico una identità culturale, denota l’esigenza della società multietnica di rivendicare, attraverso la religiosità, diritti e posizioni che prescindono dalla sfera religiosa. Quali sono le ragioni che spingono le minoranze a rafforzare il proprio ruolo sociale con il ricorso a simboli religiosi?(velo islamico o crocifisso nelle aule scolastica e negli uffici pubblici)? Tutto ciò non tradisce la laicità dei Paesi occidentali, che continuano a alimentarsi delle connessioni inscindibili con la Fede? «Personalmente sono contrario a simboli religiosi in ambienti pubblici. Nelle aule di giustizia un crocefisso mi farebbe pensare che la legge è uguale per tutti, per chi crede in quel simbolo lì è più uguale degli altri. Un crocefisso nelle aule scolastiche mi farebbe pensare che la scuola, cioè il luogo per eccellenza della formazione di una coscienza critica, stia facendo passare il messaggio che in fondo siamo tutti cristiani perché siamo nati cristiani. Io non credo si possa nascere cristiani. Al massimo lo si diventa. Perché la fede è passione, ricerca, domanda, risposta, confronto. E quando si accetta la propria dimensione religiosa, magari sopportata da una solida visione filosofica, la certezza è nella nostra interiorità, non la andremo a cercare a quel punto appesa in nessuna parete».

Quali sono secondo Lei i criteri per una salvezza spirituale? Tanto per iniziare, accettare il diverso da sé? «Non lo so, non so cosa lei intende per salvezza spirituale. Io voglio conoscere, non essere salvato. O meglio: voglio essere salvato dalla paura di essere diveniente e perituro. Così leggo la buona novella del Cristianesimo. Non siamo soli. E siamo tutti salvi in eterno. Partecipiamo cioè dello scandalo dell’eternità che è qualcosa che sfugge al nostro essere fatto di tempo, perché possiamo interpretare ogni cosa a partire dal tempo e cioè a partire da quello che nasce, cresce, muore. Tutti noi abbiamo paura, quando stiamo male, o alla vigilia di un’operazione. Sono sentimenti che il nostro cuore conosce bene. E abbiamo bisogno (questa la nostra salvezza) di qualcuno che ci carezzi e ci dica: non sei solo. È la speranza che ci aiuta nelle nostre debolezze, la speranza che un senso che ci sfugga ci sia. Le fede è la sostanza delle cose sperate, diceva Paolo di Tarso. Per me la salvezza è la Conoscenza. Sapere che non sono quel che sembro. Che non vuol dire che in realtà sono magro e bello. Vuol dire che non sono la foglia di un albero che un giorno si seccherà e si staccherà».