La commovente delusione di Fioramonti

Vi sembrerà strano, ma questo Fioramonti che in un Ministero che, non senza ragione, sembra un’accolita di analfabeti presi dalla fregola di confondersi con quelli “che hanno fatto gli studi” come si diceva e, forse, si dice ancora nelle campagne, si accorge che voler imporre il suo ruolo di Ministro della sapienza a quella schiera lì, è cosa che, anziché farci crepare dalle risate, ci commuove e ci rattrista.
Sì, perché è triste e penosa questa sua esplosione di rabbia e di delusione che lo ha portato, in un ambientino in cui chi si conquista una poltrona, una sedia, uno strapuntino, si dà da fare soprattutto per farseli appiccicare al sedere con viti e chiavarde, a pronunziare la parola “dimissioni” che è quella parola che si vuol sentire solo sulle bocche dei nemici giurati. E ciò mentre il Governo, dal quale si è dimesso, ha fatto certamente molto, troppo di più del consentito per attirare i voti necessari per continuare a sgovernare. Lui, invece, rivelando tutto il suo cruccio e, magari, asciugandosi di soppiatto, una lacrimuccia, ha rassegnato all’insensibile Premier, proprio le sue dimissioni.
Per essere giunto a tanto non deve esservi stata solo supponenza ed incuria dei suoi Colleghi di fronte alla richiesta di fondi per il suo Ministero.
Non devono essere mancate le staffilate dell’ironia, le imprecazioni dell’insofferenza. Lo devono aver trattato come un cane che si aggira tra le gambe dei convitati seduti a tavola per un banchetto non troppo generoso.
Povero Fioramonti! Ma guarda tu a che punto può giungere l’ingenuità in questo mondo di volponi e di arrivisti!
Se ne è andato. E con signorilità. Cioè quella che il brav’uomo avrà ritenuto essere il comportamento di un vero signore. Partecipa al Consiglio dei Ministri mentre gli altri si azzannano e si sputtanano, lui zitto. Vota, magari con la formula (deve essere stata suggerita da un collega di Grillo, da un comico) “salvo intese”. Che poi, pare voglia dire, questo potrebbe essere l’accordo – “se ci metteremo veramente d’accordo”.
Il Governo è andato alle Camere sbandierando carte e cartuccelle di quell’accordo come se ci fosse stato davvero. Manovra fatta!! E tanto di voto di fiducia. “Salvo accordi”.
Fiducia ottenuta! “Benissimo! Benone! annamo a colazione” (avrebbe detto Trilussa).
E qui il gran signore, quello che non vuole turbare la serenità degli avversari, stando attento che, cadendo, non si facciano male, è venuto fuori a dire: “io non ci sto”. Cioè ci sono stato per non fare il villano, per non dispiacere alle signore ed ai signori che ho voluto si prendessero la fiducia che io in loro proprio non ho, ma ad essi sono contrario e, per togliere l’incomodo, me ne vado.
Quale delicatezza!!
Così, forse, qualcuno si ricorderà dei suoi vagiti di dissenso, delle sue accorate richieste di un po’ di spiccioli per non lasciare scolari e professori sotto la pioggia ed il vento. Ma la maggior parte dei pentastellati dirà: “E già che te ne vai ti scordi pure di sbattere per bene la porta!”.
Volere i soldi per la pubblica istruzione senza nemmeno litigare, minacciare, preannunziare le dimissioni è la fine del Mondo! Ma chi crede di essere? Uno che se ne va? Bene! Tanto ha già votato.
“Oh, gran bontà dei cavalieri antichi”.