Le scelte esistenziali per L'Europa

Per gentile concessione degli autori, Massimo Andolfi e Giorgio La Malfa, pubblichiamo un loro intervento su Aspenia. I due pilastri dell’Occidente nel secondo dopoguerra, l’Unione Europea e la NATO, mostrano sintomi diversi ma altrettanto gravi di crisi. L’Unione Europea deve affrontare lo shock della probabile uscita della Gran Bretagna e varie altre sfide, con un’opinione pubblica già mal disposta verso l’integrazione. La NATO è attaccata da Donald Trump ma anche in Europa: “ha l’encefalogramma piatto”, secondo Macron. La Russia di Putin si inserisce in queste difficoltà mentre la Cina cerca di creare avamposti politici in Europa attraverso gli accordi commerciali. Come può l’Italia avere un ruolo in tale contesto?

­Aspenia, fondata nel 1995, è la rivista trimestrale di affari internazionali di Aspen Institute Italia che ha acquisito e consolidato – negli anni – una posizione leader nel panorama italiano e internazionale, diventando un punto di riferimento abituale per il confronto delle idee su temi strategici di lungo periodo.

Trent’anni fa cadeva il Muro di Berlino. Quell’evento di portata storica segnava la fine della lunga fase del secondo dopoguerra nella quale l’esistenza dell’Unione Sovietica aveva favorito e nello stesso tempo imposto l’unità fra i paesi dell’Europa occidentale e la loro stretta collaborazione con gli Stati Uniti d’America. Esso poneva immediatamente un interrogativo politico sul futuro dell’Europa perché la caduta del Muro rendeva inevitabile la riunificazione della Germania, e questo a sua volta avrebbe avuto conseguenze sui rapporti fra i paesi che avevano dato vita al processo di integrazione europea.


LE SCELTE EUROPEE E DELLA NATO. Molti dei leader del tempo, dal presidente francese François Mitterrand, al presidente del consiglio ita-
liano Giulio Andreotti, al primo ministro del Regno Unito, Margaret Thatcher, pur rendendosi conto che sarebbe stato praticamente impossibile evitare o anche solo ritardare la riunificazione della Germania, valutarono anche le incognite insite in questa novità. Vi era la preoccupazione che il nuovo Stato che stava per nascere potesse assumere, per le sue dimensioni demografiche e il suo ulteriore rafforzamento economico, un ruolo dominante in Europa. Mentre fino a quel momento fra i due esiti possibili di cui aveva parlato Thomas Mann all’inizio degli anni Cinquanta, sembrava che fosse emersa una Germania europea, si temeva che ora per la Germania vi sarebbe stata la tentazione di imboccare la strada dell’egemonia, cioè di imporre un’Europa tedesca.
La riflessione su questo problema, anche per la posizione presa allora dagli
Stati Uniti, si orientò nel senso che la riunificazione della Germania non potesse essere evitata ma che i possibili rischi di questa evoluzione potevano essere ridotti o eliminati, accelerando il processo di integrazione politica dell’Europa e muovendo verso un sistema politico federale nel quale la Germania riunificata avrebbe avuto certamente un peso rilevante, ma sarebbe stata collocata in un quadro politico solido ed equilibrato.

Esula da questo ragionamento la domanda se il terreno allora scelto da Mit-
terrand per il passo successivo del processo di integrazione europea, cioè l’accelerazione impressa al progetto di creazione della moneta unica, sia stato il più idoneo a tale essenziale scopo politico volto a consolidare la solidarietà europea. Ma la scelta politica compiuta all’indomani della caduta del Muro di Berlino, cioè lo sforzo di rafforzare il processo di integrazione europea, fu la risposta corretta alla nuova situazione storica.
Anche l’Alleanza atlantica fu costretta a riflettere sulle nuove circostanze determinate dalla caduta del Muro e, poco dopo, dalla fine dell’Unione So-
vietica. La nato era stata creata – come aveva detto il suo primo segretario generale, Lord Ismay – “per tenere gli americani dentro l’Europa, i russi fuori e i tedeschi sotto”. Venuto meno il pericolo sovietico e avviata la Ger-
mania alla riunificazione, anche la presenza americana poteva apparire meno indispensabile.
Tuttavia, se da una parte si ritenne che la nuova situazione imponesse di accelerare il processo di integrazione europea, si ritenne altrettanto indi-
spensabile mantenere in vita l’Alleanza atlantica. Pur prendendo in esame le possibilità di modificarne almeno in parte i compiti, in quanto era venuto meno il suo obiettivo primario come alleanza militare, si concluse che, an-
che nelle mutate circostanze internazionali, restasse valida la funzione del-
la nato come alleanza politica fra paesi dotati di istituzioni democratiche, a cominciare dalla Germania unita.

Non c’è dubbio che la riunificazione della Germania e la decisione conse-
guente di intensificare il processo di integrazione europea fino a ipotizzare la nascita di una vera e propria unione politica accrebbe i dubbi del Regno
Unito circa la sua partecipazione alle istituzioni europee. Esso scelse di non
prendere parte alla realizzazione dell’Unione monetaria, che con il tempo, era divenuto il progetto centrale dell’Europa. Ciò ha progressivamente ali-
mentato i dubbi nell’opinione pubblica britannica circa l’opportunità di contribuire a un progetto politico il cui esito ultimo – si temeva – sarebbe
stato il superamento delle sovranità nazionali.

L’esito del referendum del 2016 sulla Brexit è collegato a questo progres-sivo estraniamento della pubblica opinione britannica verso quello che
dopo il 1989 l’Europa si proponeva di diventare. L’eventuale uscita del
Regno Unito dalle istituzioni europee – aldilà dei suoi effetti economici,
commerciali e finanziari – rappresenta un grave vulnus all’assetto che i
paesi democratici dell’Occidente si sono dati nel corso del dopoguerra: sia perché si allontanerebbe dall’Europa un paese di solide istituzioni demo-
cratiche e liberali, con una grande tradizione di politica estera, dotato dell’arma nucleare e membro, al pari della Francia, del Consiglio di Sicu-
rezza dell’Onu; sia perché la presenza britannica ha corretto la possibile prevalenza che la demografia e il peso della sua economia conferiscono a
una Germania riunificata; sia infine perché i tradizionali legami della Gran
Bretagna con gli Stati Uniti garantirebbero alla nuova costruzione europea
di non assumere i connotati di una posizione terza, se non potenzialmente
antiamericana, e di rimanere coerente con quella che è stata la storia
dell’Europa nel secondo dopoguerra.

IL RIORIENTAMENTO AMERICANO E LA SPINTA RUSSA. Così
come la fine della guerra fredda ha influito profondamente sugli indirizzi
della politica europea, essa ha comportato conseguenze altrettanto vaste
sulla politica estera americana. È noto quanto sia stato difficile per tutti i
presidenti degli Stati Uniti convincere la propria opinione pubblica della necessità di un impegno politico e militare americano nel continente euro-
peo. Il sostegno che l’America aveva dato all’integrazione politica europea nel dopoguerra era basato sulla speranza che un’Europa più forte e più coe-
sa avrebbe potuto costituire un baluardo proporzionato al rischio di espan-
sione dell’Urss.

La caduta del Muro e la fine della minaccia comunista hanno via via raffor-
zato nel dibattito politico americano le posizioni favorevoli a un crescente disimpegno dall’Europa, anche al fine di poter concentrare attenzione e ri-
sorse sui problemi dell’area del Pacifico ove stava emergendo la nuova po-
tenza cinese. In questo senso l’evidente disinteresse di Donald Trump verso le vicende europee non segna un cambiamento di direzione, ma solo un’in-
tensificazione di orientamenti già emersi con le precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche.

Questo riorientamento della politica americana, che risale agli anni Novan-
ta, è per molto tempo intervenuto in un contesto di grave debolezza della Russia: una potenza ripiegata su sé stessa, alle prese con problemi di carat- tere interno di difficile soluzione, dalla situazione economica al terrorismo di matrice islamica. Ma questa fase è ormai del tutto superata dalla perso-
nalità e dalla iniziativa di Putin.

Attraverso il recupero di una tradizione decisamente autoritaria, Putin ha
restituito alla Russia una forte identità politica. Facendo leva sul recupero dell’identità storica della Russia, egli non solo ha realizzato il consolida-
mento interno del regime, ma ha anche riproposto una politica di espansio-ne indirizzata da un lato, verso il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa; dall’altro, verso Occidente, come si è visto in Crimea e in Ucraina. Nei con-
fronti dell’Europa si alternano minacce, aperture commerciali e interventi nella politica interna di singoli Stati, attraverso il sostegno a partiti, cosid-
detti sovranisti, che sono antieuropei e in parte antiamericani.

È del tutto evidente che un’Europa più debole e più lontana dagli Stati Uni-
ti sarebbe incoraggiata a trovare un modus vivendi con la Russia, che è in grado di garantire quegli approvvigionamenti energetici che costituiscono
da sempre uno dei punti deboli del nostro continente. È una situazione che dovrebbe allarmare gli ambienti politici americani. In queste nuove condi-
zioni non si comprende l’atteggiamento degli Stati Uniti di non sottaciuta ostilità verso l’integrazione europea. Esso risulta contraddittorio, visto che
gli Stati Uniti identificano non solo nella Cina ma nuovamente nella stessa Russia una concreta minaccia. Se la Russia torna ad assomigliare all’Unio-ne Sovietica, allora la Nato e l’Unione Europea tornano ad avere il senso e il valore che queste istituzioni hanno avuto per tutta la seconda metà del
Novecento. Appaiono quindi scarsamente lungimiranti le prese di posizione del presidente degli Stati Uniti, che incoraggiano la Gran Bretagna a lascia-
re l’Unione Europea così come quelle che si rivolgono ad altri paesi dell’U-
nione, facendo balenare loro dei vantaggi nel caso in cui essi dovessero se-
guire la stessa strada.

RISCHIO BREXIT E IMPERATIVO DELLA COESIONE EUROPEA. La Brexit costituisce quindi un momento molto delicato nei rapporti transatlantici e per i destini europei. La Gran Bretagna, che pure ha svolto un’azione di freno del processo di integrazione europea, ha avuto però il merito di contribuire a tenere aperto un canale di comunicazione con gli usa e a collegare più strettamente Ue e Nato. È indispensabile che la sua possibile uscita non indebolisca l’Europa e i legami transatlantici, anche perché, contemporaneamente, ciò favorirebbe l’espansionismo russo e cinese e allargherebbe lo spazio di manovra delle forze nazionalistiche, essenzialmente antiliberali, che stanno rialzando la testa nel nostro continente.

Non è il momento delle polemiche. In particolare se dirette a isolare la Ger-
mania. Un’Europa più ristretta e più piccola tenderebbe davvero a diventare un’Europa tedesca. E subirebbe in maniera più forte il condizionamento della Russia da cui dipende per l’approvvigionamento energetico. Anche la Cina vedrebbe facilitata la sua politica di penetrazione commerciale e politica nei paesi e nei mercati europei.

È nell’interesse dell’equilibrio mondiale che l’Europa sia forte e coesa. Solo
se è forte e coesa può fronteggiare la pressione della nuova Russia di Putin
e consentire agli Stati Uniti di continuare a dedicare attenzione all’altro
grande problema strategico che è il rapporto con la Cina. Un’Europa debole,
anche per quello che sta avvenendo in Medio Oriente, finirà per obbligare
gli Stati Uniti a dedicarsi direttamente ai problemi di una vasta area del
mondo cui essi vorrebbero oggi destinare minore tempo e minori risorse.
Anche sul futuro della Nato sarebbe opportuna una approfondita riflessione e molta cautela. Emmanuel Macron ha recentemente dichiarato che l’Alleanza atlantica ha “l’elettroencefalogramma piatto” e che l’Europa dovrebbe sviluppare una propria forza militare e ricostruire un sistema di buone relazioni con la Russia. In effetti, in diversi settori delle classi dirigenti europee si va diffondendo l’opinione che l’allontanamento del nostro continente dal mondo anglofono possa essere l’occasione per costringere gli europei ad accelerare il percorso verso un’unione politica che da un lato realizzi una comune politica estera e di difesa e dall’altro consenta autonome prospettive economiche e commerciali.

Questa potrebbe però rivelarsi un’illusione pericolosa. Un’Europa che, nel perseguire auspicabili progressi di integrazione, vedesse con favore l’allon-
tanamento del Regno Unito e con ciò contribuisse all’indebolimento dell’Al-
leanza atlantica, andrebbe incontro a pericoli di natura non solo politica ed economica, rischiando addirittura di compromettere lo stesso processo di
integrazione. La pressione che stanno operando la Russia e la Cina è anche
rivolta a determinare la frammentazione del quadro europeo.

La solidarietà e la collaborazione tra le democrazie occidentali sono nuova-
mente messe alla prova. Occorre lavorare per consolidare gli equilibri internazionali e per difendere i valori democratici che sono stati e debbono restare il cemento dell’unità e della cooperazione atlantica.

LE OPZIONI PER L’ITALIA. La convergenza di tutte le forze politiche italiane su posizioni filoeuropee e filoatlantiche è stato un risultato ottenuto solo a prezzo di grandi travagli nel corso dei decenni della storia repubbli-
cana. La scelta euroatlantica si deve come è noto alla lungimiranza della classe dirigente uscita vittoriosa dalle elezioni del 1948, che ebbe la forza
di superare sia le resistenze di una parte della stessa Democrazia Cristiana e della destra, sia la ferma opposizione dei partiti di sinistra in diversa mi-
sura legati all’Unione Sovietica e ostili all’inserimento dell’Italia nel campo del blocco occidentale.

Mentre l’estrema destra è rimasta nel corso dell’intero dopoguerra sostan-
zialmente ancorata all’antiamericanismo e a un nazionalismo che comportava un pregiudizio contro il processo di integrazione europea, le posizioni dei partiti di sinistra hanno subìto una profonda evoluzione rispetto a quelle dell’immediato dopoguerra: prima con il distacco dei socialisti dai comunisti in seguito all’invasione dell’Ungheria nel 1956; poi con la progressiva adesione del Pci – dopo la “primavera di Praga” del 1968 – a una prospettiva europea, anche se declinata in senso neutralista tra i due blocchi; infine con lo strappo di Enrico Berlinguer dall’Unione Sovietica nel 1976 e l’accettazione del cosiddetto “ombrello della Nato”, come condizione imprescindibile per garantire all’Italia il mantenimento dei livelli di libertà e sviluppo raggiunti. Questo ha implicato il riconoscimento che la collocazione internazionale dell’Italia aveva costituito il presupposto dello straordinario sviluppo che l’Italia ha conosciuto nel dopoguerra e la sua collocazione nel novero dei paesi prosperi e progrediti.

Questo largo consenso fra le forze politiche, nell’opinione pubblica e nell’e-
lettorato è rimasto sostanzialmente inalterato fino alla fine degli anni novanta del secolo scorso. Poi il quadro internazionale è cambiato.

Sono venuti alla luce il problema del terrorismo di matrice religiosa – le
torri gemelle del 2001 – e il diffondersi nel mondo islamico di movimenti
integralisti. Poco dopo è esploso il fenomeno della pressione migratoria ai
confini europei: vaste masse di diseredati provenienti dall’Africa e dalle
zone turbolente del Medio Oriente hanno determinato un crescente allarme nelle opinioni pubbliche e reazioni discordanti in seno alle istituzioni euro-
pee che si sono dimostrate incapaci di gestire un fenomeno di così vasta portata. Infine è intervenuta la gravissima crisi economica internazionale
apertasi nel 2007, i cui effetti ancora si riverberano su molti paesi europei tra cui il nostro. La crisi ha acuito la percezione delle profonde diseguaglianze tra le varie regioni europee e, al loro interno, tra le diverse componenti del corpo sociale. La moneta unica, non sorretta da una infrastruttura istituzionale adeguata, si è dimostrata uno strumento parziale, capace di assicurare stabilità al sistema finanziario, ma non in grado di fare ripartire lo sviluppo.
In molte elezioni nazionali e anche nelle recenti consultazioni per la nuova
legislatura europea sono emersi e hanno ottenuto risultati spesso clamorosi partiti secessionisti, sovranisti, populisti o semplicemente avversi alle co-
siddette élite.


Nei principali paesi dell’Unione Europea – Francia e Germania – i partiti
tradizionali hanno fin qui prevalso di fronte all’emergere di forze a diverso
titolo antisistema. Ma in alcuni paesi dell’Europa orientale queste forze hanno conquistato il governo e in un certo senso lo stesso risultato del refe-
rendum britannico sulla Brexit è in parte figlio delle attuali difficoltà euro-
pee. Anche la Spagna incontra gravi ostacoli sulla via del ritorno a una stabilità politica.
Nelle ultime consultazioni politiche l’Italia ha visto l’affermazione, anche se in campi inizialmente contrapposti, di due formazioni politiche, come il Mo-
vimento Cinque Stelle e la Lega, dalla difficile decifrabilità nel campo della politica estera e caratterizzate da forti oscillazioni su temi cruciali come
l’integrazione europea, la permanenza nella moneta unica e i rapporti con paesi come la Cina e la Russia. Queste forze hanno cercato prima di colla-
borare tra loro e poi si sono nuovamente collocate nelle opposte posizioni con cui si erano presentate durante la campagna elettorale di due anni fa.
È interesse dell’Italia che la costruzione europea rimanga solida, che la Nato mantenga la sua funzione storica di imprescindibile legame fra l’Europa, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti e che l’Europa non proceda in ordine sparso nei confronti della Russia e della Cina. Ma c’è di più. Le condizioni di difficoltà dell’Unione Europea e della solidarietà atlantica costituirebbe-
ro una straordinaria occasione di iniziativa e di protagonismo per un paese come l’Italia, che, naturale cerniera fra questi due ambiti, potrebbe svolgere
un ruolo di grande importanza.
Il quadro politico del paese risulta però oggi largamente incompatibile
non solo con lo svolgimento di questo ruolo – come ha segnalato in due recenti editoriali sul Corriere della Sera Angelo Panebianco – ma addirit-
tura con la continuità degli indirizzi di fondo della nostra politica estera nel dopoguerra.

Questo impone che una seria riflessione sui temi della politica estera venga
posta al centro del dibattito politico del nostro paese. Bisogna che l’opinione
pubblica avverta, come avvenne nell’immediato dopoguerra, che l’Italia è di
fronte a scelte che ne determineranno per lungo tempo il destino e si assuma le conseguenti responsabilità. O l’Italia, nel riaffermare gli indirizzi di fondo che ne hanno caratterizzato la collocazione internazionale, si fa promotrice di un rilancio della prospettiva euroatlantica, oppure rischia di contribuire alla frammentazione del quadro dell’Europa e dell’Alleanza atlantica e di esserne la prima vittima.