Direzione nazionale, il commento di Riccardo Bruno

Non sono intervenuto in direzione riconoscendomi nella relazione del segretario, al limite sul mes avrei chiesto una riunione specifica, ma capisco le ragioni di tempo. Ritengo entrambi i documenti presentati utili e condivisibili, anche in quelle che possono essere considerate, magari giustamente, affermazioni pleonastiche. Il fatto che il partito repubblicano miri alla piena occupazione, merita di essere riportato comunque in un documento fondamentale del partito, così come nella costituzione del 1789 in Francia si scriveva che la Rivoluzione mirava alla felicità dell’uomo. La mia unica riserva è tematica e non eludibile perchè riguarda la distinzione del documento politico contenuta a pagina sette sul concetto di Democrazia. Per me è un errore molto profondo pensare che esista una forma democratica non diretta, la quale essenzialmente non sarebbe democrazia. La questione fu dibattuta esaustivamente nel corso dell’intero secolo diciottesimo e mi pare viste le correnti affermazione dai giorni nostri completamente dimenticata. Nel 1790 alla Comune di Parigi il sezionario Varlet pose il problema della democrazia diretta in relazione ai lavori dell’Assemblea costituente, ma perchè il suffragio elettorale distingueva i cittadini passivi da quelli attivi. Una volta abolita questa differenza la democrazia rappresentativa diviene diretta, semmai è il governo che non è diretto nel senso che esso non era scelto dal popolo sovrano, l’obiezione di Varlet che era un capo della sanculotteria. Ma a Rousseau, come ai giacobini, non passava minimamente per la testa di considerare la piazza l’unica sede democratica di uno Stato e se vi sono dei dubbi, per la verità non ve ne sono, nel “Contratto Sociale”, questi si risolverebbero comunque nelle “Considerazioni sul governo della Polonia”. Del resto Rousseau spiegava esaurientemente come la volontà generale ordinatrice dello Stato non coincide mai con il parere della maggioranza ed egli è dunque a piena ragione l’inventore delle èlite politica, non della presunta democrazia diretta che mai cita. La democrazia in Rousseau è una sola o non è. Il principio di rappresentanza viene negato solo nell’antica Roma, perchè il Senato non rappresenta lo Stato lo è a tutti gli effetti come ogni singolo senatore è Roma intera, mentre il popolo viene solo “rappresentato” dai tribuni della plebe ed è dunque posto in una posizione dialettica e quindi inferiore rispetto al governo dello Stato. Questo Rousseau lo spiega chiaramente quando scrive che la democrazia a Roma visse solo in un breve periodo cacciati i Tarquini, 509 ac, per poi tornare nelle mani dell’aristocrazia. Venendo quindi al nostro ordinamento repubblicano, il Parlamento è eletto a suffragio diretto, esattamente come prescrive la Costituzione, fa eccezione il solo Senato. Gli istituti non diretti sono invece il governo e il Capo dello Stato. Per cui se si tratta di discutere di una piena formalizzazione della democrazia diretta bisogna includere questi istituti, altrimenti la nostra democrazia è diretta nella sua forma parlamentare e indiretta per ragioni storiche e politiche nelle altre forme. Massima indirettezza nell’ambito della Giustizia, la forma democratica presuppone infatti il pieno controllo della magistratura da parte del governo popolare e non la separazione del potere e questo lo scrive Montesquieu per il quale i poteri sono separati, egli è monarchico e teme la fine della monarchia come in Inghilterra, ma la magistratura non è mai un potere, anzi la magistratura deve essere “invisibile e nulla”. Rispetto a questo complesso di problemi riterrei utile riscrivere pagina sette, in quanto l’argomento della democrazia diretta usato dal movimento 5 stelle è semplicemente strumentale e privo di qualunque significato politico.