Siamo una Repubblica, non una democrazia

Maurizio Viroli torna, nel suo blog, e sul Fatto Quotidiano sulle sue distinzioni di forma e sostanza.

«Il problema è che ai giorni nostri, dati alla mano, quasi la metà dei cittadini italiani sono incolti: non sono in grado di capire un testo semplice, non sanno ragionare, non sanno nulla dei princìpi politici, della Costituzione, e della storia del nostro Paese. Se le cose restano così, o peggiorano, la democrazia in Italia può dunque essere soltanto il potere sovrano, legittimo quanto si vuole, degli incolti. Per ovviare ai vizi d’origine della democrazia, i filosofi politici si sono ingegnati di trovare correttivi: “democrazia rappresentativa”, “democrazia liberale”, “democrazia cos ti tu z io n al e”, “democrazia deliberativa”. Sforzi nobili, ma sterili. Non parlo, per carità di patria, della “democrazia della rete”, vera e propria caricatura della deliberazione repubblicana, trionfo delle opinioni non meditate e dei peggiori istinti. Perché ci ostiniamo a correggere una forma di governo nata corrotta, la democrazia, quando abbiamo disponibile la forma retta, la repubblica? “Repubblica”, ci insegnano i maestri del pensiero politico antico e moderno, significa, in primis governo misto, vale dire, un saggio equilibrio fra governo monarchico, governo aristocratico e governo popolare. Il nostro ordinamento ha già i caratteri fondamentali di un governo misto. L’elemento monarchico (nel senso di potere monocratico) è rappresentato dal Capo dello Stato che, su questioni di grande importanza, decide da solo. L’elemento aristocratico (nel senso di governo dei migliori) è rappresentato dal Senato, come dimostra, fra l’altro il fatto che il più alto onore che la nostra Repubblica riserva ai suoi cittadini è diventare senatori, non deputati, a vita. L’elemento popolare è rappresentato dalla Camera dei Deputati, la più larga assemblea legislativa. Si potrebbe fare forse di più, e meglio, per avere freni efficaci contro i demagoghi capaci di ubriacare il popolo. Potremmo studiare, per esempio, come rendere il nostro Senato una “camera alta” in senso proprio dove siedono cittadini che si sono distinti per probità, amore della Patria e cultura. Ma soprattutto dovremmo insegnare a chi siede nelle pubbliche istituzioni i doveri dell’ethos repubblicano, in particolare il dovere di lealtà alla Repubblica e alla Costituzione. La strada da seguire, per chi ama davvero la Patria, va dunque nella direzione esattamente opposta a quella che addita Salvini: rendere l’Italia una vera Repubblica democratica, non una democrazia».

Tra i commenti alla riflessione di Viroli anche quello di Riccardo Bruno, vicesegretario nazionale del Pri. «Il professor Viroli ha scritto ed è vero, che presso i greci il termine demos assume valore dispregiativo, la scuola eleatica, ad esempio. Presso altri invece, la scuola socratica, si dispregia il termine kratia. È il potere non il popolo a corrompere, tant’è che Platone scrive nella Repubblica, come si traduce discutibilmente la sua Politeia, che la forma del governo democratica è la più corrotta ma non che il demos è il più corrotto. Per questo Platone voleva che solo i filosofi fossero re, e non fidandosi, visto morto Socrate, solo lui probabilmente fosse elevato a re, perché solo il filosofo, lui stesso, sarebbe stato capace di rimanere sottoposto alla legge, come richiede l’uso appropriato della politica concepita da Platone. Qui il ragionamento di Viroli torna corretto, nel senso che appunto la repubblica è la forma di governo sottoposta alla legge. Non fosse che la repubblica democratica è una forma di democrazia e Salvini ha tutti i diritti di chiedere il voto così come il legittimo parlamento di rifiutarglielo. Salvini sarebbe invece nel torto, se assunti i pieni poteri che la repubblica democratica non concede, dicesse, come già Mussolini, che da quel momento non si vota più. Ma avrebbe torto non dal punto di vista repubblicano, che non discute la fonte della legge, ma dal punto di vista democratico che la discute eccome».