1789, 1989, andata e ritorno

Il signor di Voltaire non aveva nessun interesse per la libertà, se non quella che riguardava le belle lettere ed era convinto che una volta persuaso un monarca della necessità dei lumi, il popolo bruto sarebbe venuto istruito. Se poi così non fosse, pazienza, purché il sovrano non allentasse le catene. Quando Luigi quindicesimo abolisce i parlomenti di imperio nel 1771, Voltaire corre in suo soccorso per spiegare ai notabili in rivolta che la Francia ha solo bisogno di un re saldo al suo posto e non di un confusionario e contraddittorio parlamento. Coloro che oggi sono convinti che l’autoritarismo ed il socialismo sovietico, oramai estinti, derivino dalla rivoluzione francese, in verità sbagliano di una ventina d’anni. Il socialismo e l’autoritarismo furono concepiti sotto la monarchia borbonica e con il suo benestare. Fu proprio Luigi XV a porre come esigenza dirimente il diritto dello Stato sulla proprietà privata dei sudditi, tanto da alienarsi rapidamente i favori della borghesia, cosa che poi scontò, ahilui, il povero nipote. La Rivoluzione in Francia, con tutte le sue forme anche le più convulse, restituì le piene prerogative della proprietà privata a tutti coloro che si riconoscevano nella nazione e per questo ebbe successo. Per questo bisogna riconoscere che Marx fu storico migliore di quelli marxisti. Egli comprese pefettamente e lo scrisse con chiarezza nella sua Sacra Famiglia, che la Rivoluzione in Francia non era mai uscita dall’ambito borghese in cui era stata prodotta. Forse solo Jacques Roux era un socialista, infatti venne ghigliottinato all’istante. Mentre Marat, Danton, Robespierre, Saint Just non lo erano affatto ed Hebert, al limite, era solo un ladro. Chi proprio non comprese la Rivoluzione e nemmeno Marx, furono Lenin e Trotsky che pure già dal 1905 disquisivano nei congressi operai su girondini e giacobini. La rivoluzione sovietica, Stalin incluso fu convinta di completare la rivoluzione francese, due secoli dopo e nelle steppe, ignorando i due aspetti dirimenti del giacobinismo che la resero possibile. Il primo era la necessità di porre un libero parlamento al centro della società nuova, esempio di rousseauiano “sovranismo plurale”. I giacobini sanno perfettamente l’importanza della rappresentanza e non ritengono mai le loro decisioni di club centro di riferimento del potere e difendono il parlamento dalla piazza. I comunardi, non sono più giacobini. Solo chi prevale in parlamento dispone dell’autorità necessaria, tanto che Danton proferì ai suoi Cordiglieri la famosa frase nella primavera del ’93, “serve un governo”, ovvero un investimento parlamentare del potere, cosa che poi Robespierre si preoccuperà di realizzare, liberandosi con lui degli hebertisti. che pure come Danton erano cordiglieri. Il secondo aspetto rilevante del giacobinismo è più sottile e sfuggente, riguarda la durata del mandato di governo. Lo si vedrà meglio di ogni altro esempio nella costituzione della repubblica romana mazziniana, quando i Consoli vengono eletti per tre anni. Nessun giacobino brama mai i “pieni poteri”, Marat meno di tutti, Robespierre vuole solo l’autorità morale, e Saint Just semplicemente tornarsene a casa sua, come il condottiero Fabrizio era tornato alla sua capanna. L’intero ideale giacobino è borghese ed ispirato semmai alla dittatura dell’antica Roma, dove svolte le funzioni per salvare la Repubblica, cessa il proprio mandato. Bonaparte quando si fa impetatore, rompe con il giacobinismo e l’eredità rivoluzionaria. Al limite i bolscevici sono eredi di Bonaparte, tanto che fra loro si accusavano tutti di bonapartismo. La differenza è che anche qui Bonaparte contava comunque sul sostegno completo della popolazione francese e la sua abilità rispetto al giacobinismo fu di farsi accettare dai preti, dai realisti e non solo dai repubblicani. I bolscevichi presto non vennero sostenuti nemmeno dai loro più stretti e anziani appartenenti al partito che infatti furono eliminati. È vero che il giacobinismo ebbe un momento nel quale non riusciva a riempire gli impieghi preposti della pubblica amministrazione, ma le cause furono diverse e molteplici. Comunque mai al vertice dello Stato giacobino si trovò un sartucolo analfabeta, come fu il potentissimo capo della Nkpd, Ezov al tempo di Stalin. Del resto se Hipollite Taine accusa la sua odiata rivoluzione di essere anarchica, non può al contempo accusarla anche di essere autoritaria. La Russia sovietica fu solo autoritaria e lo fu non sul modello bonapartista, ma su quello zarista che le era proprio. Il despota è pur sempre lo spirito più acuto del suo tempo, quando lo Zar può essere anche semplicemente un pazzo. A distanza di trent’anni la rivoluzione russa sembra una grottesca follia quale la descrisse Bulgakov nei suoi romanzi. Non ha lasciato segni nel mondo che già non si fossero conosciuti sotto l’aquila bicipite della corona imperiale. La rivoluzione francese, il mondo lo cambiò completamente.