Il rompicapo Ilva: punto e a capo

Come al solito l’obiettivo prioritario di tutti i partiti (di maggioranza o di opposizione) di fronte ad un grave e delicato problema nazionale non è mai come trovare la soluzione più efficace e più utile per gli italiani; bensì come cercare di conquistare posizioni che meglio potrebbero consentire un vantaggio elettorale per la propria parte politica, quindi per il suo leader del momento. Il caso ILVA, con tutte le tensioni sociali e le problematiche industriali annesse e connesse, è in tal senso un esempio paradigmatico. Il dibattito ed il confronto tecnico-politico in atto è quanto di più incomprensibile ed anomalo si possa immaginare. Avevamo immaginato (e sperato) che un dibattito in parlamento avrebbe potuto rappresentare l’occasione per fare chiarezza definita e definitiva sul complesso ed intricato nodo del futuro dell’industria siderurgica italiana. Pensavamo che in quella sede ci sarebbe stata una narrazione obiettiva e complessiva dei problemi e dei vincoli che oggi gravano sull’attività produttiva dello stabilimento di Taranto. Nulla di tutto ciò è avvenuto; il quadro strategico entro il quale dovrebbe svolgersi la produzione siderurgica italiana non è stato chiarito; i nodi da sciogliere non sono stati evidenziati, e men che meno prospettate le soluzioni; la cornice giuridica che avrebbe dovuto regolamentare la gestione del rapporto con l’azienda multinazionale MITTAL resta sempre confusa e controversa. Ed allora è evidente la profonda situazione di disagio, di crisi, e di preoccupazione che aleggia nel paese, e che turba in modo drammatico i lavoratori del comparto produttivo. Per meglio definire il problema con il quale bisogna misurarsi oggi, potremmo procedere partendo da una esemplificazione significativa della situazione in atto. Supponiamo che la ormai nota lettera di interruzione contrattuale da parte di ArcelorMittal non sia mai partita, e quindi mai pervenuta ai commissari liquidatori ed al governo italiano, e che tutto il resto degli eventi sia proceduto come in realtà è accaduto. Si potrebbe oggi affermare che la gestione ILVA si stia muovendo in modo tale da conseguire la messa in sicurezza ed il rilancio produttivo e commerciale della nostra industria siderurgica? La risposta seria che si può dare è sicuramente NO. Ciò perché nessuna delle questioni essenziali che gravano sull’azienda è incanalata in un percorso risolutivo. Non quella dello scudo protettivo penale, che non deve essere ritenuta come problematica della compagine azionistica- societaria, ma riguarda invece la dirigenza (tutta) chiamata a gestire gli stabilimenti produttivi ; e le conseguenti responsabilità penali alle quali verrebbe ad esporsi (essa dirigenza) per la situazione ecologica ed ambientale oggi di fatto esistente, e rispetto alla quale non ne porterebbe alcuna responsabilità, almeno fino al momento in cui non venga completato il piano di risanamento ambientale e tecnologico. E ciò ovviamente con i vincoli della tempistica e le specificazioni tecniche contrattuali. Ma comunque questa esigenza avrebbe valenza assoluta, indipendentemente dall’assetto azionario (anche se esso fosse pubblico). . Il nodo della definizione dei volumi produttivi e quindi dell’organico occupazionale conseguente, se si pensa di voler produrre con un’ azienda che operi in modo concorrenziale su un mercato globale, e non con un carrozzone delle vecchie Partecipazioni statali che brucia risorse finanziarie, è essa una questione ineludibile ed indipendente della proprietà azionaria: SI o NO? SI. Il problema della totale bonifica ambientale e dell’impiantistica che garantisca il non perseverare dell’inquinamento è una questione vitale, SI o NO?: SI. Conclusioni: l’Italia ha assoluta necessità di poter disporre di un proprio sistema produttivo siderurgico, che operi sul mercato globale in termini concorrenziali ed economici; che non provochi impatto ambientale oltre gli standard consentiti, che operi in un territorio in via di bonifica. Lo Stato deve impegnarsi affinchè tutte queste condizioni vengano garantite al meglio ed al minor costo economico e sociale per il Paese. E’ ovvio che parte integrante è anche come definire l’assetto societario più opportuno: ma questo dopo. A questa strada maestra da percorrere, non si può pensare di sostituire scorciatoie o furbizie di varia natura Procedere in modo diverso vorrebbe dire ripetere le solite storture alle quali ci hanno abituato i nostri governi nazionali rispetto ai gravi problemi del Paese.