Dal “punto zero” al futuro dell’Italia, del Meridione, di Caserta (nell’Europa economica verde?)

Non di rado, da cittadini semplici, ci si chiede cosa possa essere andato storto e perchè siamo passati da potenza industriale ed economica europea e mondiale, a paese che per ricchezza è solo al diciassettesimo posto in Europa, seguito dai soli paesi dell’Europa dell’est (ex sovietici) e preceduta
perfino da Danimarca, Malta e Spagna (oltre che chiaramente dai paesi dell’Europa settentrionale e continentale).
Bene, rispondere con contezza e compiutezza è praticamente impossibile in un articolo, ma ripercorriamo brevemente le tappe di questa veloce ascesa e della non troppo lenta decrescita, e quali sono state le linee guida e i punti della storia che hanno determinato questo passaggio al negativo di una economia, che come la nostra, dal dopoguerra alla fine degli anni 80, è stata invece fiorente.
La storia è quella di una paese che come gli altri europei aveva vissuto sulla propria pelle la devastazione di una guerra mondiale già tecnologicamente evoluta ed all’avanguardia negli armamenti; la nazione dopo la guerra ripartiva da zero, anzi da sotto lo zero, a causa dell’elevato indebitamento; questo fu di fatti bellico prima, che coadiuvasse lo sforzo totale dello stato e della popolazione; e post bellico, per le indennità di guerra e per la ricostruzione poi; in sostanza e andando per gradi, nei fatti, solo quando l’Italia entrò in guerra il rapporto del debito pubblico col p.i.l. aumentò notevolmente (utilizziamo solo questo indicatore in quanto ritenuto il
più rappresentativo) per via delle spese militari e per le poche entrate nelle casse dello stato; mentre nel primissimo dopoguerra per via dell’inflazione questo scese sostanzialmente a quello che potremmo denominare il nostro “punto ZERO”, il rapporto debito/pil fu infatti nel 1947 il più basso
mai visto nella storia moderna d’Italia (o chi sa, forse di sempre) , 25,4 %; fissatelo bene in testa perché è e sarà un numero che molto probabilmente (salvo eventi catastrofici che non azzardo nemmeno a prospettare) non rivedremo mai più comparire nella nostra storia; di qui, quindi sulle macerie della nostra nazione, nasce la fenomenale avventura del bel paese; della quale conserviamo ancora un roseo ricordo, attraverso nomi e situazioni indelebili che riverberano sempre verdi nella nostra testa (o almeno dei nostri padri), senza però destare ai posteri quell’orgoglio necessario a far scattare la molla dell’audacia; il Paese aveva avuto gravissime perdite e pesanti conseguenze materiali ed immateriali, tanti erano ancora gli italiani reduci che rimpatriavano man mano dai diversi paesi esteri; dovevamo 360 milioni di dollari come indennità di guerra ad Etiopia, URSS, Grecia, Jugoslavia ed Albania e per fortuna, ma meglio sarebbe dire “che seppero vedere cosa c’era tra la nostra gente al di la del
fascismo, e vi presero accordi”, USA, Gran Bretagna e Francia rinunciarono alle indennità di guerra da parte dell’Italia, e ciò dovrebbe già darci una idea del perché del nostro fervido atlantismo degli anni seguenti, nella sua forma “collaborativa”, che fu particolarmente ottenuta anche grazie
all’intervento di Ferruccio Parri, sia durante la guerra (a capo dei CLN) che dopo, durante il governo da lui presieduto e che diede vita alla Consulta; oltre chiaramente alle rassicurazioni che
verranno dopo da De Gasperi; gli anni della ricostruzione (tra la fine della guerra ed il 1950), quelli prima del così detto “miracolo italiano” (boom economico del 60 e 70), furono caratterizzati, di partenza, da un quadro di
devastazione, in particolare delle città e degli impianti siderurgici costieri (più che d’altro oggetto di bombardamenti strategici e di guerra), inoltre il 50 % delle linee ferroviarie erano inutilizzabili; ma molti impianti produttivi erano stati protetti (anche per merito dei partigiani) e quindi l’azione combinata, prima della politica economica einaudiana di Soleri (che risolse sostanzialmente l’inflazione), e poi del “piano Marshall” e dell’IRI, fece si e creò le premesse che la ricostruzione industriale fosse rapidamente messa in atto.


Non poche erano state nel frangente le spinte politiche che avevano generato nel paese forti scontri sociali, ed è forse proprio in alcune di queste che possiamo scorgere la manifestata incapacità odierna di questo paese di andare avanti con laboriosa audacia e di rinnovarsi quand’è il
momento; dapprima vi fu di fatti la questione del fronte di cultura laica, che ahinoi, non aveva saputo compattamente riconoscere in Parri la persona ideale al rinnovamento auspicatoci in quegli anni; in quell’ iniziale incipit repubblicano, lo stesso aveva dovuto accollarsi di fatti compiti tra i più difficili da portare aventi per far ripartire un paese dopo la dittatura e la guerra globale, oltre che quella civile intestina al paese; nella sua idea di rinnovamento trovavano posto, con intransigenza, sia la politica dell’epurazione delle preesistenti strutture fasciste nei vari comparti dello stato, che il rifiuto di conferire particolari riconoscimenti sotto forma di privilegi al “partigiano in via di smobilitazione” (pensate… da leader della resistenza !) una politica “della responsabilità”; ma alla richiesta di imposte che avversavano i profitti di guerra delle grandi aziende trovò il disaccordo dei liberali più conservatori, al quale si aggiunsero in qualche modo le problematiche della divisione e lo scontro tra il nord, che aveva combattuto di più la resistenza, ed il sud che invece era particolareggiato tanto dalle spinte autonomiste quanto dalla malavita organizzata (Parri fu tra i
primi a riconoscere la mafia e ad attuare dure norme repressive della criminalità organizzata); fu a quel punto che la cinica “Italia burocratica”, ex fascista, l’Italia dell’apparato, distrusse in qualche maniera ogni possibilità di rinnovamento profondo optando invece per i privilegi derivanti da una sostanziale continuazione; non pochi sono di fatti gli storici ed i costituzionalisti che diranno in seguito che la costituzione reale, quella applicata, darà sostanzialmente il benservito a quella scritta
che, di eccellente impegno a superare sia lo statuto fascista che quello puramente liberale “albertino”, non sarà mai applicata sul serio; poi vi furono le problematiche in seno alla sinistra, tra quella conservatrice comunista di Togliatti (tacciata di anti-atlantismo per pur ovvi motivi), quella fusionista di Nenni e quella disposta all’avventura atlantica di Saragat, quindi la nascita dello P.s.d.i. ; in questo trambusto, per la diffidenza verso la sinistra comunista, per la scesa in campo
della chiesa a favore del partito più cattolico, per la mancanza di prontezza dei liberali di scuola liberista di prospettare una ricostruzione alternativa, ebbe la meglio come sappiamo, favorita quindi anche dal senso di continuità che essa riuscì a garantire e a far intendere un po a tutti (annessi ex fascisti), la Democrazia Cristiana di De Gasperi.

Ma intanto prestiti, sovvenzionamenti, rifornimenti di materie prime e pagamenti di indennizzi per l’occupazione alleata in Italia, fecero si che fosse in pratica ripartita una Italia, che aveva certo recuperato abbastanza celermente l’andamento economico prebellico, ma che sostanzialmente era
ora in realtà molto più forte di prima; a questo punto è proprio necessario abbandonare il percorso storico e politico della nazione, per
andare a scovare più strettamente quello economico; la crescita è stata fin dall’inizio impressionante, nel 46 il pil era già circa 2,5 volte il debito, alla
metà degli anni 50 era 3 volte esso, a metà dei 60 il pil raggiunse addirittura 3,6 volte il debito ed infatti il rapporto debito/pil tornò a scendere quasi ai livelli del “punto Zero”, ovvero al 26,4%; era la punta di diamante nella storia del boom economico italiano, e le cose si mantennero entro limiti
più che buoni fino alla fine degli anni settanta, non superando mai il 70 – 80% nel rapporto debito/Pil; a volte il caso sa essere anche umorista, se date un occhiata al grafico debito/pil di quegli anni (dal 46 al 90) sembra disegnare le labbra sorridenti di una donna, mi piace pensare che è
la nostra nazione che sorride per la soddisfazione; furono gli anni della programmazione, degli interventi ed investimenti statali al nord come al sud, è vero avevamo il vento a favore, il boom era si economico ma anche tecnologico, ciò che si era sviluppato durante la guerra per agevolare la macchina bellica fu in qualche modo trasferito a quella civile; le tecnologie, le scoperte, dai motori per gli aerei al packaging dei fagioli, ogni cosa subì una rivoluzione basata sul progresso tecnologico proto-bellico; era talmente alta l’asticella della sfida che nei 20-30 anni appena dopo la guerra, non solo l’umanità raggiunse lo spazio, ma alla fine atterrò perfino su un pianetino satellite della terra, la nostra musa ispiratrice di poemi, la luna!

Non staremo qui a descrivere cosa accadde grazie al boom economico poiché, tra l’altro, è sotto gli occhi di tutti noi; viviamo in ogni momento della giornata con manufatti ed apparecchiature il cui sviluppo sostanziale è avvenuto in quegli anni; anche le migliori e più all’avanguardia tecnologie
della telecomunicazione, quelle che forse rappresentano più di tutte il nostro essere odierno, furono sviluppate o prendono spunto da studi di quel periodo; così come anche quegli studi prendevano spunto o erano la continuazione scientifica di qualcosa di pensato o intuito nel periodo precedente o durante la seconda guerra mondiale; a pensare più in lata misura e a dispetto di quella che oggi faticosamente (e forse sbagliando) chiamiamo “la quarta”, quella è stata veramente la “terza rivoluzione industriale”.
Ecco, involontariamente abbiamo introdotto un limite del presente che anticipa il tratto finale di questo scritto.
Analizzare il declino economico del nostro paese non è cosa semplice, affatto! non lo è perfino per gli addetti ai lavori veri e propri, per gli analisti veri, figuratevi per noi, ma una idea consona del presente, di ciò che viviamo, l’abbiamo sempre mi pare; non lo è poichè intanto la storia in questo caso sembra mordersi la coda, ogni cosa ed evento sembra essere la conseguenza dell’altra e viceversa; e se non fosse che il ciclo economico positivo aveva già dato, nel corso degli anni 80, dei segnali sulla possibile negatività del futuro più prossimo, pur essendo un periodo che le persone
ricordano generalmente con estremo piacere e fonte di una quasi onirica gioia e spensieratezza, potremmo quasi dire che i sovranisti avevano ed hanno ragione tutt’ora, ma non è così, ad analizzare davvero le cose, più in profondità, è molto più probabilmente vero l’inverso. Potremmo
dirci, per non abbatterci troppo, che era semplicemente il ciclo economico a cambiare rotta, cosa vera e che gli economisti possono spiegarci bene e confermare; anche i bambini oramai sanno che l’economia è ciclica e che passa da fasi espansive a fasi negative e recessive, ma la grandezza di un
paese, dei propri abitanti e dei governi, della politica nazionale in generale, sta proprio nel saper prevedere il peggio durante la fase buona, e sul finire di essa, programmare una efficace resilienza del periodo negativo; come si dice… il cavallo buono si vede in salita! ma ascrivere ciò alla
politica nostrana, a quella degli anni novanta penso proprio sia impossibile, a quella di metà e fine anni ottanta, forse sì, forse no.


(In qualche modo sembra sempre che siamo quel paese che quando la macchina è in discesa, tutti la spingono con il mignolo, al punto che quando è a valle, la spinta che gli abbiamo conferito, non è mai abbastanza forte per far si che almeno ci porti a metà della salita successiva, al che basterebbe poi poco carburante per finirla tutta, ma diciamocelo francamente, non siamo di questo tipo noi italiani, piuttosto siamo capaci di aspettare che si fermi del tutto per poi riprovarci).
In generale, mi pare possiamo affermare che, a partire dalla metà degli anni ottanta, l’ombra del macigno di cui disponiamo largamente oggi, chiamato “debito”, incombeva già su di noi, e ad aver creato quella situazione non era stata certo un cattivo stregone delle favole di Tolkien… no, assolutamente, piuttosto il nostro “io” smisurato, quello che si esprimeva attraverso la musica spumeggiante di Madonna, quello della “Milano da bere” per intenderci, aveva trovato posto nel cuore di ognuno, e la finanza speculativa, che si autoalimenta dei vari “io” attraverso “il capitalismo di debito”, il vivere al di sopra delle proprie possibilità usufruendo di credito bancario e finanziario, aveva trovato quello che in gergo si dice “terreno fertile” o “pane per i suoi mordaci denti”; in verità
già nel corso degli anni settanta avevamo “strafatto” con lo stato sociale, ricorrevamo alla spesa pubblica per rendere di nuovo possibile sognare e ridare fiato e slancio alla politica dopo la stagione del brigatismo e quella stragista; ma lo facevamo irresponsabilmente, come fa quello che versa un
bicchiere di bourbon ad un alcolizzato; a ciò abbiamo aggiunto un allargamento evidentemente eccessivo dell’azione dello stato, basti pensare che era il tempo di partecipazioni e compartecipazioni a più non posso; ed inoltre, alla fine vi aggiungemmo la ciliegina sulla torta della
“regionalizzazione effettiva”, sì, perché questa in realtà coincideva con il principio di sussidiarietà previsto in costituzione, ma nei fatti venne introdotta per legge solo nel 1970; propagandata quasi come la panacea contro i mali assoluti dello stato centrale, ma in realtà utile a dissipare i malumori di regioni governate da forze politiche di opposizione rispetto al governo nazionale; niente popò di meno che l’autonomia signori ! a fine anni novanta la chiamavamo all’inglese, “devolution” (mi ricordo ancora i telegiornali del tempo coni i vari Bossi, Borghezio, Maroni, ai quali non bastavano le modifiche già in atto in parlamento, come quella del titolo V), quella tanto discussa e già eccessiva allora, di cui abbiamo il coraggio di parlare ancora stupefacentemente ed in così larga misura oggi e sempre per lo stesso motivo; non tanto perché, in linea con un giusto principio, possa
rendere meno possibili le dittature ed i colpi di mano (come veniva espresso in passato) ma per lo stesso motivo per cui la DC le si avvinghiò come un polpo con la preda: “dare potere localmente”; un potere che giocherà un ruolo fondamentale come base del consenso clientelare di quegli anni; il potere alle regioni è probabilmente la cosa più pericolosa che potevamo mai fare e che abbiamo fatto; abbiamo di fatti dato occasione grossa al consenso semplice ed a buon prezzo! abbiamo “clientelizzato il sistema”, un sistema che era già di per se indegno, basti pensare al capitalismo corporativistico e relazionale di cui siamo stati e siamo tuttora capaci in Italia, è sostanzialmente il sogno di ogni politico o “politicuzzo” di provincia, la manna dal cielo; ecco perché quando si parla di liberismo nel nostro paese… in tutta onestà mi viene da ridere (o da piangere, dipende) non lo conosciamo se non ai livelli più bassi del mercato, laddove non svolge l’effetto sperato di regolare il gioco “offerta-domanda” e la sana concorrenza, ma diviene solo la lotta tra gli ultimi.

Tutto ciò per dire cosa… per dire che forse il nostro destino è quello di morire di continuità, morire poiché non si ha il coraggio di cambiare; lo stiamo vedendo in questo momento più che mai, è leggibile nella realtà ovunque oramai da oltre 15 anni, il nostro paese è compromesso, è fatalmente attratto verso l’oblio di una scelta a priori, la quale non ci ha dato altre opportunità che essere quello che siamo oggi; nel nostro paese ad ogni catastrofe viene contrapposta la reazione più scontata ed ineluttabile come se fosse la trovata del secolo, la soluzione, ed invece non è che il ripiego dell’ultima istanza ; alla stregua di ciò facemmo ad esempio le privatizzazioni dei primi anni 90 (in realtà iniziate prima, negli anni 80 con le prime cessioni) non diciamo mica che non fossero necessarie! (a parte che noi avremmo voluto delle vere e proprie liberalizzazioni in molti casi e
comparti essenziali) comunque per niente, lo erano eccome necessarie, ma in quale maniera ? il primo errore lo facemmo a fare tanto stato, tante partecipazioni, a non far organizzare un mercato libero; il secondo però quando invece dovemmo svendere tutto per non fallire; è così che è finita
l’I.R.I., una azienda che era tra le prime dieci al mondo per fatturato pur non essendo una compagnia petrolifera, un istituto che ha reso grande questo paese, ma che nella sua discesa si è portata appresso interi pezzi di territori, laddove esisteva un indotto IRI; se parlo così è perché ne abbiamo saggiato uno nella mia cara terra natale, proprio a Sessa Aurunca, da dove provengo io, alla svendita di IRITECNA era annessa anche quella della Morteo Soprefin Spa (poi Morteo Industrie), un impianto di 400 dipendenti a Sessa (ed altrettanti al Pozzolo Formigaro – GE) più un indotto locale di almeno pari grandezza, ed era solo un piccolissimo pezzo di quella azienda-madre.
Ma anche per tornare alla devolution, alle autonomie locali, dovevano essere una soluzione… sono divenuta il seme della discordia tra il nord e il sud di questo paese invece; e non basteranno le crisi ILVA, le questioni di produttività e mancata o mediocre innovazione negli impianti meridionali FIAT-FCA (al netto della nuova fusione), e quelle meno conosciute locali che
ognuno di noi ha sui propri territori (come a Caserta la crisi di Jabil, o quella del gruppo indiano che detiene ex Firema, a Napoli la Whirlpool, e via dicendo ), non basteranno a farci intendere una deindustrializzazione prima statale, governativa, pianificata, in un processo di “euroformazione”
che per il momento è vero, abbiamo dovuto più subire che altro, ma perché? questa è la domanda, è cattivo chi si impegna a salvaguardare il proprio paese, chiaramente a svantaggio di altri paesi… o chi non sa garantire al proprio la giusta rappresentanza nelle istanze? ma poi, dopo, la
responsabilità della crisi industriale e manifatturiera è cambiata, è migrata, è mutata, ed è frutto del “non-governo”, della mancanza di politica industriale.
Ciò introdurrebbe autonomamente “il discorso etico industriale dell’ambiente”, “la sostenibilità ambientale e sociale della produttività e della produzione”, e le crisi anche per via di ciò avviatesi; ed ancora la mancanza di “proiezione territoriale industriale delle amministrazioni locali”, basata quest’ultima ahinoi su un ecologismo fin troppo novecentesco e sulla preselezione dei territori a scelta delle regioni, una cosa fuori dal tempo e che non rispecchia più assolutamente le necessità del
discorso dell’oggi, ma cercheremo di discernerle in un articolo tutto dedicato a queste tematiche.