Ernesto Nathan raccontato da Giovanni Spadolini

Ernesto Nathan, uno dei repubblicani più amati. Il sindaco più amato d’Italia, come si ricorda spesso. Oggi lo si può fare con una certa leggerezza perché in televisione non c’è più la Cuccarini negli spot della Scavolini, e quindi le associazioni non sono più così immediate. Gran Maestro della Massoneria Italiana, dal 1896 al 1903 e dal 1917 al 1919. Mazzini e Aurelio Saffi erano stati i suoi riferimenti culturali, e in Massoneria era entrato nel 1887.
In tempi più recenti Giulio Carlo Argan fu il primo sindaco a interrompere una lunga tradizione democristiana in Campidoglio. Era il 1976 e molti ripensarono proprio a Nathan. Non che lo si fosse del tutto dimenticato, ma torno di attualità se così possiamo dire. I paragoni furono “affrettati e spesso retorici”, ma ne parlarono “studiosi, isolati o in convegni”, ci furono tesi di laurea. Quell’elezione sollecitò nuovi e crescenti interessi.

Anche Giovanni Spadolini si soffermò su Nathan. «L’arrivo di Nathan a sindaco di Roma», leggiamo in Gli uomini che fecero l’Italia. La storia nazionale attraverso i protagonisti si consumerà quarant’anni esatti dopo il fallimento amaro di Mentana, in un clima tutto diverso dall’Italia travagliata o dilacerata della vecchia Destra, dopo i primi operosi e conciliatori anni di regime giolittiano. Ma il suo avvento al Campidoglio avrà, agli occhi della democrazia di sinistra italiana, il carattere di una “svolta” storica, il ritorno a un’Italia sognata e intravista e mai realizzata. Espressione, intanto, di un fatto politico nuovo qual era l’alleanza delle forze della sinistra democratica e non massimalista, i socialisti, allora dominati dalla componente riformista, i radicali, già approdati al governo con Sonnino, i repubblicani, in via di profonda revisione e ammodernamento della loro dottrina, pur nella ribadita pregiudiziale di opposizione istituzionale. «Una “certa idea di Roma” animava quel gruppo dirigente che si insediò al Campidoglio il 25 novembre 1907 e ne uscì il 15 giugno 1914, battuto dalla coalizione cattolico-conservatrice-nazionalista che aveva fra i suoi più accesi fautori Luigi Federzoni. Una certa idea di Roma: la registriamo da storici, non da politici. Non la Roma cattolica e teocratica, ma neanche la Roma piemontese, dimessa e accigliata, dei primi anni succeduti a Porta Pia. Non la Roma di Leone XIII, ma neanche quella che d’Azeglio detestava e che Cavour si rifiuterà di visitare (alla pari di Manzoni). Una Roma ideale e mitica, come aveva contribuito a crearla la religione del mazzinianesimo (vissuta da Nathan col fervore di un monaco laico) non meno della lunga esperienza del positivismo e dello scientismo, quella su cui ha scritto pagine indimenticabili il nostro Chabod.
La Roma capitale; la Roma un po’ immaginaria, e se volete retorica, della scienza e del progresso; la Roma molla dell’ “incivilimento universale”. In nome di questa Roma (che lo stesso Nathan, pur rifuggente dall’enfasi, ridefinì “la terza Roma” in un articolo sulla Nuova Antologia del 1916), furono varate o impostate tutte le riforme di quei sette fervidissimi anni di vita capitolina. Fu deliberata la completa laicità della scuola elementare (la potestà sull’istruzione religiosa era allora dei comuni); fu favorita l’edilizia scolastica; fu combattuta la sacrosanta battaglia per le scuole rurali; fu posto il primo argine alla vergognosa speculazione delle aree e avviata una prima legislazione di tutela dei beni culturali».

«In un certo 20 settembre, quello del 1909, fu perfino realizzato un referendum popolare sulla municipalizzazione delle aziende tramviarie: con grandissimo numero di “sì”. Furono attuati, insomma, istituti di democrazia diretta alternati a innovazioni legislative che obbedivano alla religione dell’umanità e del progresso, con tutta la sua ricchezza di vibrazione umane che neanche la retorica dei comizi riusciva ad appannare». Nathan, va aggiunto avviò una importante politica di opere pubbliche. Nel 1911, per i cinquant’anni dell’Unità d’Italia, fu inaugurato il Vittoriano, il Palazzo di Giustizia (il ‘Palazzaccio’), la passeggiata archeologica (40mila metri quadrati tra l’Aventino e il Celio e lo Stadio Flaminio, il primo impianto moderno per manifestazioni sportive».

«Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza» (Goethe)

Pochi giorni prima del Ferragosto 1976 incontrai in Senato Nenni, uno dei pochi superstiti di quegli anni, militante, all’epoca di Nathan, nelle file repubblicane e nei blocchi popolari. «Occorre», mi disse, «in Campidoglio un sindaco laico che ogni domenica si rivolga ai cittadini, dal balcone del Campidoglio, come il Papa si rivolge ai fedeli dai palazzi apostolici». Era l’unico, ancora, che pensava a Nathan.