La questione internazionale ed il Pri

Molti amici hanno comprensibilmente manifestato la loro solidarietà al popolo curdo all’indomani dell’aggressione militare Turca all’interno della Siria. Il Pri non ha mai avuto rapporti politici e nemmeno diplomatici con i curdi nel corso della sua intera storia. La ragione è che i curdi iracheni che furono gasati da Saddam conobbero la repressione quando l’Iraq era n guerra con l’Iran ed il Pri, come gli Stati Uniti, sosteneva l’Iraq. Ancora nel 1987 il partito repubblicano aveva rapporti con i combattenti filoiracheni all’interno dell’Iran ignorando il tenore della repressione nei confronti del regime dei curdi che fu molto cruenta e proprio in quegli anni. I curdi turchi erano invece considerati principalmente dei terroristi miranti alla secessione di un paese alleato della Nato quale la Turchia. Nel 1999 il partito repubblicano, parte del centrosinista, contestò la decisione del governo D’Alema di dare asilo al loro leader Ocalan. I curdi siriani erano invece tollerati dal regime di Assad proprio per la loro ostilità alla Turchia fornendo santuari alle bande para militari curde nella Regione, Anche l’evoluzione positiva del movimento curdo in Turchia, con l’Hdp, non ha prodotto correlazioni con il Pri per la semplice ragione che quel partito è sostanzialmente anticapitalista, simile a Syriza e membro dell’internazionale socialista. Ovviamente un contesto internazionale completamente alterato dall’evoluzione sempre più autoritaria della Turchia può cambiare le nostre posizioni, ma questi descritti sono i punti di partenza tali per cui i curdi in Italia hanno come referenti le frange più estreme della sinistra, i centri sociali prima ancora dei partiti politici. L’intervento militate turco investe poi un altro problema, più gravoso. Giustamente la segreteria del partito ha espresso l’esigenza che l’occidente non volti ancora gli occhi dall’altra parte e sostenga la causa curda. Lo stesso presidente Trump ha parlato della possibilità di prendere iniziative contro la Turchia se non ferma l’aggressione in corso e la comunità europea ha fatto quello che fa in simili frangenti, ovvero minacciato sanzioni contro la vendita d’armi. Non fosse che se America e Francia non avessero ritirato i loro militari nell’area, Erdogan non avrebbe attaccato e appare un po’ specioso pensare di rinviare i soldati appena smobilitati. Quanto alle sanzioni sugli armamenti per un paese che ha speso solo nel 2019, 19 miliardi negli stessi, fa un po’ ridere. Infine imbarazza l’atteggiamento della Nato che ha raccomandato a Erdogan, che ne fa parte, moderazione, quando al limite poteva espellerlo. La domanda è quindi se Erdogan nella sua azione non stia portando avanti proprio il piano occidentale, disegnato dalla presidenza Obama di spartizione della Siria del dopo Assad. È vero che Assad è rimasto in sella, ma l’ipotesi di spartirsi comunque il suo territorio è ancora viva e caldeggiata soprattutto dai sauditi che hanno non pochi problemi con gli alleati di Assad, gli iraniani, in Yemen ed anche in casa propria. Americani e sauditi erano d’accordo, con francesi ed inglesi, oltre che Israele, a ridurre l’influenza iraniana in Siria, eliminando un pupillo degli ayatollah, qual era Assad. Non è chiaro se americani e sauditi la pensano ancora nello stesso modo. Nel senso che Trump una volra annullato il piano nucleare per l’Iran promesso da Obama, voglia attenuare l’ostilità con la Repubblica islamica salvaguardando almeno il regime siriano. In questo troverebbe un ponte con la Russia che pure sostiene il dittatore di Damasco e quando Trump ha detto ad Assad di pensare lui a proteggere i curdi concede il primo riconoscimento degli Usa al loro avversario dopo molti anni. La questione curda è dunque particolarmente delicata per gli equilibri che comporta e il ruolo che l’America intende ricoprire. Uno scontro fra turchi e siriani, offre a Washington una posizione terza che potrebbe essere considerata più utile di quella di svolgere, come ha fatto finora, un ruolo di contendente diretto. Per queste ragioni è molto difficile che l’occidente, nel senso dell’asse americano europeo si schieri davvero dalla parte dei curdi, che sembrano più destinati ad essere l’agnello sacrificale di una situazione tanto complessa. Questo darebbe ragione a tutti coloro che nel partito o ai margine del partito, chiedono un ripensamento dell’impostazione tradizionale della politica estera del Pri, strettamente atlantica, quale si legge anche nell’ultimo documento di cui la direzione del partito dovrà discutere. Tale obiezione ha un fondamento oggettivo, la stessa America con Trump sembra più preoccupata dei rapporti con l’asse con il Pacifico, che con l’Atlantico. La presidenza Trump non è però il frutto insano di una follia del popolo americano, essa esprime pur sempre la delusione di una nazione nei confronti del nostro continente che dopo l’11 settembre ha trovato il modo di criticarla per le scelte compiute invece di condividerle, dimenticando quello che l’America fece per l’Europa nel 1944 o per lo meno ritenendolo secondario rispetto alle esigenze della pace. Quel filo incrinato con la guerra in Iraq potrebbe quindi essere sul punto di spezzarsi definitivamente, per cui sia l’America a dire all’Europa, fate quello che vi pare, noi faremo altrettanto. Questa grande autonomia dell’Europa non offre proprio una particolare rassicurazione ad un partito come il nostro, perchè il nostro europeismo del secondo dopoguerra era dettato principalmente dalla condivisione dei principi comuni alla democrazia liberale americana. L’Europa nella sua struttura originaria, quale quella che il Pri promosse ad un’Italia piuttosto riottosa fin dal tempo dell’adesione alla comunità del carbone e dell’acciaio, era quella vincolata agli Stati Uniti, La Malfa infatti polemizzava volentieri con De Gaulle. L’Europa di oggi è molto più vasta e diversa, per non dire un’altra, dove emergono difficoltà fra vecchi alleati, Francia e Germania, sono spesso contestate anche da nostri cari amici. Non parliamo dei nuovi. Perché se l’Italia ha poco a che fare con l’Ungheria di Orban, nulla ha a che fare con la Polonia di Kaczinsky e meno male che in Austria almeno la destra estrema è stata sconfitta. In queste condizioni sarebbe fin troppo facile parafrasare il vecchio La Malfa, “l’Italia senza l’Europa è un deserto”, diceva. L’Europa senza l’America, sarebbe un deserto ancora più grande.