Mario Vinciguerra, la cultura girondina della Repubblica

Mario Vinciguerra nel 1948 scriveva a Salvemini: «Finirò per diventare molesto, se non odioso a tutti», e aggiungeva dall’alto della sua fortissima personalità, “poco mi importa”. Per tutta la vita Vinciguerra si trovò in uno strenuo conflitto con le maggioranze, ma non andava poi nemmeno troppo d’accordo con chi era con lui in minoranza. Collaborò con Gobetti e pure ne era più che distante, legato ai fratelli Rosselli, riteneva impossibile una qualche declinazione socialista del liberalismo e pure l’inverso. Amico di Croce, mai aveva avvertito il fascino della filosofia di Gentile. Nel partito d’Azione rimane completamente isolato, e quando si schiererà con Pacciardi, Pacciardi era già stato espulso dal Pri. Di Vinciguerra rimangono i suoi saggi, non moltissimi, formidabile I girondini del ‘900, scritto nel 1927. Un testo quasi misconosciuto, non ha avuto più di tre edizioni, l’ultima nel 2005 per Rubbettino, un autentico capolavoro del pensiero politico, tale da ispirare tutta la pubblicistica liberale dei successivi trent’anni, da Talmont a Popper, senza che però nessuno di questi autori più famosi riescano davvero a ripercorrere la profondità e la sottigliezza dell’analisi di Vinciguerra. Vinciguerra comprende che le ragioni del totalitarismo in Italia ed in Europa, l’Italia all’epoca era un modello vincente che faceva proseliti da est ad ovest del vecchio continente, non derivano da una nostra particolare arretratezza, né sono tipiche di una sorta di “autobiografia della nazione”. Nello stesso modo, nel dopo guerra, Ferruccio Parri, che conosceva bene Vinciguerra, polemizzò con Croce che derubricava il fascismo ad un episodio congiunturale della nostra vita nazionale. Vinciguerra riteneva infatti il fascismo frutto di una crisi del liberalismo, iniziata niente di meno che la notte del 2 giugno 1793 in Francia, con l’arresto dei girondini e proseguita fino al successo di Bonaparte, il cui peso si era protratto per tutto il resto di un secolo. Dalla biblioteca di Vinciguerra, principalmente un autodidatta di talento, si evince una conoscenza piuttosto rilevante della letteratura del pensiero e della storia internazionale, Inghilterra, Francia e Germania su tutte. Questa sua particolare concentrazione sulla Rivoluzione francese è supportata da un’ampiezza di testi davvero rilevante per uno storico non professionista. Il tanto osannato Antonio Gramsci, ad esempio, conosceva sì e no la sola opera di Mathiez. Resta ovviamente il fatto che il pensiero di Vinciguerra sulla Rivoluzione, non è originale, nel senso che non scaturisce da un accesso a fonti dirette, ma è comunque condizionato dagli storici che più lo hanno impressionato ed ai quali egli si ricollega quasi inevitabilmente. Autori come Sainte Beuve, Taine, Tocqueville lasciano il segno, e sono tutti chiaramente avversari della Rivoluzione. Ma anche coloro che in fondo la sostengono, Lamartine, e ovviamente Quinet, differenziano la gironda dal resto del movimento giacobino, tanto che il repubblicano Quinet, dichiarava entusiasta di sentirsi girondino a tutti gli effetti e di voler rilanciare quel modello politico, che ovviamente, non ebbe nessun seguito. Sono ingenuità clamorose, perché i girondini esprimevano solo una Regione e lo stesso Vinciguerra riflette questo errore, quando li considera tutti brissottini. In realtà Brissot era cosa diversa dal gruppo che rientrava propriamente nella Gironda. Questo equivoco deriva dal fatto che anche storici più specializzati sulla Rivoluzione, non si accorgono o fingono di non accorgersi, che la Gironda non è un partito, non è un “altro” rispetto al movimento giacobino, è lo stesso movimento giacobino, lo stesso Club per intenderci. Semmai sono diversi i cordiglieri, almeno come origine sociale. Madame Roland, la moglie del ministro, che si interroga sulla necessità di formare un partito diverso, esclude questo proposito, perché i partiti, le fazioni, sono tipiche della monarchia costituzionale, una fase che la Repubblica vuole superare. I girondini da buoni giacobini e come gli stessi foglianti del resto, sono rousseauiani. I più grandi estimatori del pensatore ginevrino sono madame Rolande e Robespierre, subito dopo viene Brissot e ovviamente Barnave. È curioso pretendere di scaricare come fanno a loro modo Taine e poi Talman, su Rousseau le nefandezze del totalitarsimo quando Rousseau era letto ed amato anche dalle dame di corte di Maria Antonietta e dal monarchico convinto Barnave! Per Vinciguerra Rousseau è un ispiratore di principi liberali. Elevare il teismo naturalistico di Rousseau a culto di Stato, come voleva fare Robespierre, secondo Vinciguerra, avrebbe attirato le stesse ire di Rousseau sul capo montagnardo. Vinciguerra è uno dei pochi intellettuali italiani ed europei che comprende Rousseau a fondo, quando in generale, dopo aver accusato per un buon secolo Rousseau di volere dare ad una minoranza sparuta un potere assoluto ed arbitrario, nel secolo successivo, lo si accusa di voler dare le minoranze alle mercé delle maggioranze, e nemmeno ci si accorge della contraddizione. In compenso, non possiamo essere sicuri che Vinciguerra fosse in grado di dare un giudizio compiuto su Robespierre, o sulla Gironda, le conoscenze storiche sono ancora in via di elaborazione ai giorni d’oggi. Siamo sicuri che Robespierre volesse istituire un “culto di Stato”, piuttosto che cercare un modo per concludere la stagione del Terrore? Il crinale della politica e della mistica in Robespierre è davvero di difficile risoluzione. All’epoca di Vinciguerra, Guglielmo Ferrero parlava di Robespierre come di un “enigma”, rendendosi ben conto di quanti lati oscuri restavano nel suo operato. Una prudenza utile, per la ragione che il cosiddetto potere assoluto, nelle mani di Robespierre dura forse una manciata di mesi, dalla morte di Danton, 5 aprile, all’istituzione del culto dell’Essere supremo, 6 giugno dello stesso anno. Già le leggi del Grande Terrore, 10 giugno, sono varate dal Comitato di salute pubblica senza la presenza di Robespierre e pure cadranno sulla sua testa. Vinciguerra sbaglia invece quando pone Danton e Robespierre, “sullo stesso piano ideologico”, ma nel senso che in Danton non c’è nessun piano ideologico. Danton è il vero uomo di potere della rivoluzione, non Robespierre ed è evidente che Vinciguerra, nonostante la lettura di Aulard, o forse proprio per quella, non riesce a mettere a fuoco la situazione. Tutti aspetti complessi della rivoluzione francese che Vinciguerra non può dominare oggettivamente e che restano comunque irrilevanti rispetto all’intuizione generale di un metodo di analisi della storia, per la quale, è la Rivoluzione l’epicentro del futuro del mondo moderno, sia nella sua ascendenza democratica, sia nella sua discendenza totalitaria. Questa valutazione pone Vinciguerra fuori e al di sopra della storiografia nazionale, dove persino il movimento mazziniano aveva oramai difficoltà ad ammettere che la Rivoluzione e il giacobinismo fossero alla base del pensiero e della politica di Mazzini. Solo De Felice si congiunge con Vinciguerra, quando sottolinea come la marcia su Roma ricordi quella su Versailles, e De Felice, storico professionista, sposta quindi molto avanti la crisi del liberalismo, rispetto alla data indicata da Vinciguerra con l’arresto dei girondini. Ma al di là della schermaglia sulle date e gli eventi, resta l’intuizione esatta. All’interno della Rivoluzione sono contenute tutte le manifestazioni politiche di due secoli successivi, anche se non necessariamente nell’ordine designato da Vinciguerra. Perfino sulla figura di Napoleone servirebbe un certo beneficio di inventario. Quanto di potere assoluto venga ricostituito sotto l’impero, viene compensato con la diffusione dell’idea di libertà presso i popoli oppressi dalle vecchie monarchie europee. Gli stessi governi inglesi avranno modo di rendersene conto, chiedendosi, concluso il congresso di Vienna, se non avessero combattuto dalla parte sbagliata. La dinamica culturale di Vinciguerra, non è perfetta ma funziona, perché impone una riflessione sui mali dell’Europa degli anni venti del secolo scorso, a partire dal contesto proprio della fine del settecento. Una visione meno provinciale e un po’ più profonda, di quella di molti suoi contemporanei, che magari si davano pure grandi arie. Il torto di Vinciguerra, le ragioni del suo sentirsi “molesto”, è proprio questa ampiezza, vi sarebbero da aggiungere anche le considerazioni filosofiche su Hegel, che se mai un Popper avesse meditato, ci avrebbe risparmiato un’infinità di sciocchezze. Ad un pensiero politico serve sempre una mente acuta, e ogni tanto una bussola, altrimenti ci si disperde. Vinciguerra credeva che fossero le istituzioni e non le formule politiche a poter cambiare i paesi, e questa convinzione è tipica eredità del giacobinismo, perché persino Robespierre non ritiene di dover contravvenire ad un atto del Parlamento nel momento nel quale viene condannato da una maggioranza diversa dalla sua. Vinciguerra nel 1963 non si reca a votare e si autodenuncia alla magistratura, per non aver rispettato l’obbligo imposto da una legge che riteneva abusiva. Era rimasto il vecchio girondino intento a polemizzare con lo stesso Stato per cui aveva lottato, sapendo che in repubblica la legge si rispetta anche se non piace.