Deal sì, forse, no

Deal or not Deal, that is the question.
La notte di trattative sembra aver portato ad una fumata bianca per l’accordo sulla Brexit con l’Unione europea, ma questa fumata proprio bianca non è. Almeno per molti.
Il portavoce della commissione Ue ha annunciato l’accordo ma la leader unionista del Democratic Unionist Party, il Dup dei nazionalisti nordirlandesi, Arlene Foster, e il suo vice, hanno già comunicato di non sostenere la proposta di accordo elaborata da Boris Johnson e dalla Commissione Ue, ciò rende difficile la ratifica da parte del Parlamento britannico. Gli ostacoli principali sono legati alle questioni doganali, ai confini irlandesi, e all’Iva. Anche i maggiori partiti di opposizione, Labour e LibDem, si dichiarano contrari. «Da quello che sappiamo – si legge nel comunicato dei laburisti – sembra che il primo ministro abbia negoziato un accordo ancora peggiore di quello di May che è stato respinto a stragrande maggioranza. Queste proposte rischiano di scatenare una corsa al peggio in termini di diritti e protezioni: rischiano di mettere la sicurezza alimentare a rischio, di abbassare gli standard ambientali e i diritti dei lavoratori e di spalancare le porte del sistema sanitario a operazioni di conquista da parte del settore privato. Questo accordo di svendita non riunirà il Paese e deve essere respinto. Il modo migliore di superare l’impasse del Brexit è quello di ridare al popolo la possibilità di dire la sua in un voto finale».
Nel frattempo il premier Boris Johnson scrive via Twitter: «Abbiamo un grande nuovo accordo, che ci restituirà il controllo del nostro Paese». Parole che fanno comunque male e che appaiono come una ferita per l’Europa. Favorevole all’intesa è il governo di Dublino che considera il deal raggiunto da Johnson sulla Brexit “un buon accordo per l’Irlanda come per l’Irlanda del Nord”, fiducioso sulla posizione presa per il mercato e i confini irlandesi.
Sabato mattina il governo britannico intende presentare alla Camera dei Comuni britannica, dopo un dibattito, una mozione per votare “o per il deal” raggiunto oggi sulla Brexit con Bruxelles per “un no deal”. E tutto questo suona un po’ come ricatto.
Ma se è vero che la sterlina vola e la risposta delle borse europee sembri positiva, se guardiamo un po’ avanti e soprattutto per noi italiani i problemi che si prospettano sono molti.
In una nota di aggiornamento al Def per il 2017, l’Italia aveva già calcolato “Le conseguenze della Brexit” “complessivamente quantificabili in una forchetta fra 0,5 e 1,0 punti percentuali di Pil complessivo nel biennio 2016-2017” e in un impatto sull’export italiano corrispondente all’1% nel 2018. Inoltre, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue tutti i Paesi dovranno riproporzionare e aumentare la loro quota di partecipazione al bilancio Ue, l’Italia finora pagava circa 17 miliardi e 700 milioni e si potrebbe arrivare a 19 miliardi. E considerati gli effetti futuri sulla sterlina è facile immaginare un impatto anche sull’export italiano verso il mercato britannico.
E cosa avverrà per tutti i lavoratori e per i numerosissimi studenti italiani (quasi 600 mila) che si trovano nel Regno Unito è difficile dirlo. Tutto potrà diventare più costoso.
Non c’è che dire: sentire il leader della Camera dei Comuni Jacob Rees-Mogg, che la Gran Bretagna “sarà libera dall’Ue” fa proprio male, a tutti.