Le nuove tecnologie

Anche se non ci pensiamo, quando scriviamo una poesia o un libro o quando dipingiamo un quadro o componiamo una musica, in realtà, stiamo cercando di sconfiggere il tempo. Scrivere, scolpire, comporre una canzone, dipingere, realizzare un film significa tentare di lasciare un segno di sé. Ecco il punto.
Nell’articolo della settimana scorsa ho introdotto il tema delle nuove tecnologie e del rapporto con l’essere umano. Oggi, visto l’interesse per il tema che ho riscontrato nei ragazzi e negli studenti, credo sia necessario approfondire in parte la questione. Affidarsi all’intelligenza artificiale, in qualche modo, per l’uomo, ha lo stesso scopo dell’arte: tentare di sconfiggere la finitezza della vita e forzare i limiti della natura umana per raggiungere un confine non ancora raggiunto. E così, il computer, l’I-pad, l’I-phone, la lavagna interattiva multimediale, il telefonino sono diventati estensioni del nostro corpo. Se si scarica la batteria o se il cellulare non riceve il segnale perché non c’è linea, subito proviamo uno stato quasi di angoscia, comunque di limitazione.
Come se fossero parti del nostro corpo, senza i quali ci sentiamo quasi persi. Perché?
Qualcuno dirà: perché è una forma di dipendenza nei confronti di questi oggetti. Giusto. Ma non c’è soltanto il bisogno fisico e materiale. Perché tutti gli strumenti tecnologici ci danno, allo stesso tempo, sia un senso di paura da superare sia un modo per stare meglio, per avere delle comodità, per sentirci agevolati, attivi, interattivi, connessi, interconnessi, collegati con gli altri. Dal punto di vista psicologico, quindi, il mondo virtuale ci seduce perché ci dona l’illusione di sentirci meno soli e più vivi.
Insomma, l’uso ormai dilagante della tecnologia ci appaga del bisogno di accrescere la nostra dimensione prettamente umana, quasi fosse la risposta a un bisogno fisico o la cura a un limite umano. In altre parole, le nuove tecnologie ci donano anche la percezione che, un giorno, potremmo superare il nostro destino di mortali.
Questo aspetto porta con sé sia dei vantaggi che dei pericoli, sia un lato positivo che un lato oscuro. È inevitabile, ma discutere dell’argomento, informarsi, leggere, dialogare, cercare di capire meglio ci aiuta a essere più consapevoli e autonomi.
A tal proposito, i Corsari ripetono spesso che, in quanto umani, siamo fragili, siamo precari nella vita (oltre che nel lavoro) perché sentiamo e comprendiamo che è la nostra stessa esistenza a essere precaria. Siamo fatti di carne e ossa. Siamo esseri umani e, malgrado tutto, siamo imperfetti. Per fortuna!
A mio parere, infatti, come ho scritto recentemente su L’iniziativa repubblicana, la vera Bellezza è sempre. La Bellezza è arte. E l’arte, in tutte le sue forme, nasce dalla memoria, cioè dalla nostra speranza o illusione di lasciare qualcosa di noi nel tempo che verrà dopo di noi, dopo la nostra dipartita.
In altri termini, volenti o nolenti, ci portiamo nello sguardo il desiderio di sconfiggere il tempo, cioè di battere ed eliminare l’angoscia della morte. Perché sentiamo questo? Perché siamo umani e, come diceva spesso il prof. Luigi De Marchi, un vero liberale e un grande psicologo, oltre che amico e maestro, siamo attraversati tutti da una tale angoscia. La coscienza della fine ci appartiene in quanto siamo mortali e perciò sappiamo – anche quando inconsciamente – che, presto o tardi, arriverà la nostra ora. Quindi, per questa ragione, in fondo, speriamo che almeno un nostro verso resti a vivere e a testimoniare la vita che prosegue vincendo la morte. Questo è uno degli scopi principali dell’arte. Oppure, preghiamo. Ci affidiamo alla nostra laicità o alla spiritualità. Qualcuno crede nella reincarnazione. Altri credono nel mondo dell’aldilà. Insomma, ciascuno cerca la vita eterna, in questo mondo o nell’altro.
Ecco, la tecnologia soddisfa questa illusione (o speranza) perché ci viene in soccorso rispetto ai nostri limiti umani o alle nostre limitazioni.
La tecnologia rappresenta, in tal senso, sia un’opportunità per migliorare e potenziare la vita umana sia il rischio di perdere in umanità, cioè di atrofizzare sentimenti, sogni, ideali, emozioni, carezze, abbracci e perdere l’essenza umana della poesia, dell’amore, della libertà, del “sentire”, del vivere. Questo scenario interiore resta un riferimento necessario per costruire una prospettiva politica repubblicana. Come? Unendo il mondo umanistico con il mondo scientifico in una formazione circolare che conduca l’Umanità verso un nuovo Umanesimo.