Le finalità della politica partitica con la P maiuscola, dal locale al nazionale e da ieri ad oggi

Non so se per deformazione personale o se per metodo acquisito, ho il vizio o l’abitudine di argomentare le questioni politiche quasi sempre in maniera unica, organica, con un filo, a mio parere logico, che parte da questioni di carattere locale o nazionale e coinvolgono spesso gli altri ambiti come se non esistesse differenza e confine; e di fatti, a dire il vero, penso che questi non esistano; che siano per lo più immaginari ed imposti da chi sente l’obbligo di soddisfare questa separazione, probabilmente per motivi di predominio e sindacabilità personale delle problematiche oggetto di discussione.
E le ultime tematiche dei mass media e di dominio pubblico, quelle più recenti, mi pare mi diano ragione; abbiamo diverse questioni in pentola che sono affrontabili da diversi punti di vista, da diverse angolazioni; questo accade sostanzialmente poiché è la società ad essere mutata notevolmente, essa per via della comunicazione globale e veloce, è sostenuta oramai infatti su un asse verticale e non più sui vari livelli piani, come la politica, e di questo non possiamo a mio avviso che felicitarci, perché vuol dire in qualche maniera “società aperta”.
Penso in particolare ad ultime discussioni ed accadimenti di rilievo; penso alla questione dell’invasione turca e della politica statunitense ed europea riferita a Turchia e Curdi, alla questione ecologica di Roma Capitale, alle rilevanze in ordine costituzionale, per il varo della legge di taglio del numero dei parlamentari con annessa spettacolarizzazione e contraddizioni, e quindi a quelle di carattere morale che spesso coinvolgono il partito in un discorso mediatico e multimediale aperto, al quale penso tra l’altro, che questa redazione, non perché è quella su cui scrivo, offra veramente un servizio di qualità ed indubbia serietà.
È quindi chiaro a tutti oramai, si tratta per lo più di esternarlo in maniera concisa, e come richiedono i tempi con forme di comunicazione “smart” (oltre chiaramente mediante una formale programmazione di partito) che il Partito Repubblicano Italiano tiene a tre perni centrali dai quali si dipanano e risolvono le altre questioni, e sono:

  • La questione morale;
  • La questione economica nazionale;
  • La questione ‘efficienza dello stato nei confronti del cittadino’ (di qui il nesso con i servizi e le politiche sociali, sanitarie, infrastrutturali ed ambientali, oltre che la risoluzione della problematica di un meridione ancora indietro rispetto al settentrione ed all’Europa)

La questione morale è per noi opera summa et omnia, chiaramente nei limiti dell’uso mediante praticità della stessa ma senza svilirne i contenuti principali, che tolto qualche riferimento poco cortese (ma si sa, non è più di moda nemmeno la cortesia) ad un solo accadimento del passato (inoltre conosciuto in totale trasparenza, su basi di “costume comune” di quei tempi e nemmeno tanto, visto che non si trattava di vantaggio personale ne di coercizione ad uso e consumo improprio come per altri) rimane una questione che rende meritevole, mediante contributi insormontabili, il P.R.I. ; ed inoltre non si tratta nemmeno di essere “dei in terra”… ma “uomini di buona volontà”, dimostrata quest’ultima però con la quantità preponderante di atti materiali consoni alla moralità che si vuole portare avanti e contribuire alla politica odierna; tutto ciò andrebbe avvalorato comunicando essa e sommandovi necessariamente l’alternatività del progetto o l’abilità a coadiuvare altre posizioni fino a garantire l’assunzione del “principio morale” alle fazioni che si vanno a coadiuvare (cosa in verità non tanto garantita nel corso di non molto vecchie alleanze parlamentari dalle quali si è deciso, se ben ho inteso e mi pare sia così, di prendere seriamente le distanze); a tale questione si allaccia inevitabilmente, per assimilazione di contenuti, tutto il discorso relativo alla ultima legge di taglio del numero dei parlamentari, la non troppo discussa mescolanza di Pd e M5S, e quindi la maniera ed il metodo demagogico e qualunquista con il quale si è affrontata, permettetemi, questa “ipocrita vicenda di automutilazione” della rappresentanza cittadina presso l’aula preposta alla legiferazione: un modo di fare che deprime ampiamente se ci pensate anche la questione morale; pensare che senza correttezza morale e costituzionale, e quindi senza rispetto delle regole, dei buoni modi, senza l’annientamento della corruzione e la presenza di quanta più possibile libertà, non vi sia la necessaria qualitativa base per lo sviluppo socioeconomico nazionale, è un fatto molto più concreto di quello che le parole stesse sembrano voler esprimere, ed il partito deve manifestare questa intenzione, pensando a ciò di cui abbisogna il paese ma senza scadere nel populismo, animale divoratore di programmazione e di autenticità della propensione sociale-liberale.
Da essa, da come viene pensata, da come vanno piantati i paletti delimitatori della moralità partitica e politica, deriva infatti sostanzialmente tutto; lo sviluppo economico e tecnologico diviene sociale, per cui sostenibile socialmente ed ambientalmente, le politiche sociali meno assistenzialistiche/clientelari e più assistenziali, la lotta alla corruzione ed agli sprechi un fattore di reintegro della giustizia sociale, e lo sviluppo economico, pur con tutte le libertà possibili ed immaginabili, finalizzato mediante una equilibrata concezione statale dello stesso più alla diffusione di un elevato standard di vita dei più che all’agevolazione individuale e di pochi.

Adriano Olivetti


Con riferimento allo sviluppo economico invece, perentoriamente compreso per un repubblicano tra il sentimento di giustizia sociale e la libertà individuale, che è quella cosa che nella concezione anticollettivista ma interclassista deve sostenere un elevato grado di tollerabilità per il sistema capitalista, crea si i presupposti per la diversificazione (chiaramente un bene) ma anche per il sostentamento ed il soddisfacimento di ogni categoria annessa, senza grosse differenze di appagamento, è come nella fabbrica olivettiana o nell’economia dinamica shumpeteriana, è la soluzione al suo problema stesso, insieme, nel ciclo spiraliforme di ricircolo di fasi espansive e recessive ma che mutano e quindi vanno avanti creando e venendo influenzate dalla storia, dai fattori endogeni e da quelli esogeni.
Questo momento storico è di fatti caratterizzato fortemente e sono rilevabili in esso semplicemente queste dinamiche; tutto ciò che abbiamo sviluppato nella fase creativa lo stiamo cercando di mettere in pratica adesso, in un momento di bisogno di crescita; è in questo contesto anche che si insinua infatti la green economy, influenzata da bisogno di crescita da un lato e da fattori ambientali dall’altro, e nel quale frangente andrebbe altresì diffuso un concetto di capitalismo 2.0, un capitalismo di nuova generazione, verde e socialmente appagante in tutte le sue categorie, più assimilabile a quella tanto amata “economia sociale di mercato”.

«Contro la stupidità anche gli dei sono impotenti. Ci vorrebbe il Signore. Ma dovrebbe scendere lui di persona, non mandare il Figlio. Non è il momento dei bambini» (John Maynard Keynes)


Ed infine lo Stato; il compito dello Stato, quello Stato che deve essere oggi necessariamente leggero, rigoroso, non dirigista ma pragmaticamente “interventista a tempo determinato”, definitore, che spiana strade e crea opportunità; lo Stato in Italia, ammesso che fosse questo il fine ultimo dello “statismo”, non è ancora l’insieme di tutti i cittadini e non tutti i cittadini si sentono lo Stato; esso in molti luoghi del paese è presente ancora come nelle forme più arcaiche e padronali di predominio pre e post-liberalismo classico, in forme autoritarie e vessatorie, le quali collaborano a far sentire dello Stato più il peso che le virtù; pur riconoscendo l’altissimo valore della secolarizzazione e della defeudalizzazione, va ammesso che ha sfruttato soltanto delle forme di usurpazione della proprietà altrui per stabilire in qualche modo il suo predominio, e di fatti conserva il monopolio della violenza. Lo stato, una “entità” nobile, se fosse come nel pensiero liberale classico (Locke, Smith, Acton) ed in quello socialista dei primi pensatori (Fourier, Owen), andrebbe ridimensionato nei confronti del cittadino, dei corpi medi, ed il suo metodo di intervento nello sviluppo socioeconomico andrebbe resettato e riportato all’attenzione per i ceti produttivi, per i lavoratori manuali, per l’industria manifatturiera e prestatori di servizi reali, sfruttando quindi e non essendo invece soggiogato dalla sterilità della finanza moderna, quella del flusso economico elettronico che balzella da un capo all’altro del mondo senza mai sostenere la produzione reale ed il cittadino attivo.