Un partito per la libertà che guardi lontano

Che a dire che bisogna guardare lontano sia un vecchio che sta ancora al mondo per una svista del destino in ritardo rispetto ai tempi naturali, può apparire grottesco ed anche un po’ macabro.
Ma non parlo per me, per il miraggio di qualche più o meno ridicola mia soddisfazione personale. Nemmeno per quella, naturale e doverosa, di aspirare a vivere quel che mi resta da uomo libero.
Parlo, cioè scrivo per quanti come me hanno voluto vivere, pensare, agire da uomini liberi. Cioè per la propria e l’altrui libertà e, soprattutto, per quella della Comunità, della società umana hanno operato e si sono prodigati.
Il vero baratro, la vera iattura che sembra destinata a travolgere le nostre Istituzioni, le nostre vite di cittadini, è quella che un po’ tutti ci ha già fatto ammalare di una miopia del pensiero e della speranza, resi incapaci di guardare al di là dell’indomani mattina.
Certo, c’è un problema non piccolo: come levarci dalle scatole questa classe dirigente di barbari imbecilli. Ma cercare di limitar tutto a questo fine è volerci ridurre ad un livello non molto superiore dell’attuale. La devastazione delle nostre Istituzioni libere, della nostra Repubblica, della Democrazia è cominciata ad andare avanti. La manomissione della Costituzione è un fatto di cui già anche i “moderati” (!!!), con ritardo, cominciano ad avvertire le conseguenze, non avendone sapute vedere, denunciare, gridare, se non all’indomani del devastante voto suicidio dell’altro giorno, quando ne hanno cominciato a scrivere anche sui giornali delle conseguenze di esso.
La speranza di un provvedimento salvifico di scioglimento di queste Camere per addivenire ad un voto di ravvedimento nazionale è tramontata per la trappola dell’impossibilità di votare con una legge adeguata alla esiziale “novità” del “taglio” dei Parlamentari. I barbari, trascinando con loro, al loro servizio, gli imbecilli “moderati”, hanno ottenuto il risultato primo di ogni governo dittatoriale ed antidemocratico: quello di blindare la propria maggioranza, il proprio potere.
Se non vogliamo rassegnarci, se vogliamo “non mollare”, se vogliamo dire e fare qualcosa, contro questi esecrabili e pericolosi barbari, o ci decidiamo a guardare lontano, a ritrovare le basi di un futuro, di un avvenire, senza soffermarci all’inutile interrogativo su ciò che sarebbe meglio per i prossimi mesi del Conte bis o di quello ter o, magari, del Toninelli 1°, allora ogni speranza è da abbandonare.
Smettiamola di pretendere di far politica guardando alle rilevazioni delle “intenzioni di voto” di impossibili o anche possibili elezioni. Saremo un po’ ridicoli, come appaiono e sono apparsi tutti i rivoluzionari. Sogniamo, viviamo, operiamo per il nostro “Sole dell’Avvenire”, anche se l’alba è lontana. Anche se per tutti, non vi sia destino di arrivare a vederla come lo è certo impossibile per me.
Quando Mussolini nel suo primo discorso a Montecitorio da capo del Governo insultò il Parlamento dicendo che di “quell’aula sorda e grigia avrebbe potuto fare un bivacco delle sue camicie nere”, un solo grido si levò, quello di Modigliani: “Viva il Parlamento”.
Mussolini finì a Piazzale Loreto. Modigliani non vide quel giorno, la fine di quell’arrogante pagliaccio.
Non vogliamo nessun nuovo Piazzale Loreto ma un Parlamento, una rappresentanza nazionale che sia veramente tale e quanto di meglio possibile in questo nostro Paese. Un meglio che c’è e che però ha la colpa di nascondersi.
All’arroganza, all’insulto di chi vuole fare delle Camere un bivacco di marionette a basso costo che oggi canta vittoria, rispondiamo, senza lasciare solo Sgarbi con le sue sacrosante parolacce, «Viva la libertà, viva il Parlamento».

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