Là dove c’era l’erba ora c’è una città. Che fa fatica

Milano mia, portami via, ho tanto freddo, schifo e non ne posso più. Così cantava Vecchioni in Luci a San Siro. E Milano era davvero così: il luogo efficiente e sicuro, protettivo. Potevi mettere in discussione tutto, in Italia. Ma Milano no. Era il punto di riferimento, la città che bastava dirla per intendere modernità, per intendere Europa. La dove c’era l’erba ora c’è una città. Che fa fatica.

«Lo stile di Milano lo sintetizzerei con tre D: discrezione, disciplina, dovere. In un mondo che tende alla cialtroneria, all’anarchia dei comportamenti e alla furberia, ben venga il calvinismo milanese!» (Giorgio Armani)

Certo non sarà colpa di Sala o del Pd, le sue responsabilità fanno data almeno dal giugno del 2015 quando al ballottaggio ebbe la meglio su Stefano Parisi. Certo, c’è già l’Expo e Eataly che per qualcuno non sono medaglie di merito, e che hanno interessato la Procura, ma la crisi, anche morale, prima che politica, era cominciata da prima. E non è nemmeno facile mettere l’asticella e dire: da qui in avanti. Perché è come se la Milano degli anni Ottanta non sia mai esistita, nemmeno negli anni Ottanta, la Milano degli aperitivi in Galleria, Gino Bramieri, Mike Buongiorno, Celentano, Fo, la Vanoni, Jannacci, Gaber, il triangolo della moda, i socialisti, i paninari con il Monclair, le Timberland e i Duran Duran in cuffia. Canale 5 e il Biscione.

Ci pensa l’Economist, intanto a portarti con i piedi per terra. E dirti che il mito appartiene a una narrazione e non ai fatti. E che i fatti, oggi, dicono ben altro rispetto alle narrazioni. Dicono che Milano è stritolata da problemi, che sono i problemi di tutte le città. Il Sole 24 Ore poi ci mette il carico, e ti dice che, come sicurezza, Milano vale Napoli. Anzi, di più. Sullo sfondo c’è la crisi economica che morda e crea disagio, soprattutto in periferia. Quest’anno c’è stato un incremento del 137% del ricordo alla cassa integrazione. Il passaggio da 612.000 ore autorizzate a 1.452.700 ore autorizzate è un «segnale di grandi crisi per le aziende», non solo industrie ma anche terziario, uffici e negozi. Lo scenario emerge da un rapporto della Uil, che ha messo a confronto le performance delle province lombarde. E Milano è uno dei territori maglia nera. Fallisce Galimberti, storica catena di negozi legati all’elettronica, se ne va la Fujitsu, la Vodafone annuncia 1130 esuberi. Calvin Klein licenzia. Poca occupazione, poche politiche di rilancio e sostegno. Il mattone è d’oro: 5500 euro al metro quadrato. Ed è in crisi anche il turismo: si respira grazie ad arabi e cinesi. Un turismo di ritorno: chi viene per affari si innamora della città e torna. Per il resto la tendenza è: meno top manager e più immigrati. Ma almeno il panettone è sempre buono, il risotto alla milanese e l’ossobuco pure e il gorgonzola nemmeno a metterlo in discussione.

Una situazione di grande incertezza e di grande difficoltà anche strategica quella in cui si trova Luigi Pergamo, commissario del Pri in Lombardia e membro della direzione nazionale.

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