Democrazia e dintorni

Il presidente della Cina Xi Jinping (“Ping” per il nostro ministro degli Esteri) tempo fa ha affermato che il problema italiano è non riuscire a fare programmazione di lungo periodo: in Cina è già tutto pianificato da qui ai prossimi 50 anni, e si realizza passo dopo passo. Mentre da noi l’instabilità pregiudica tutto.
C’è solo un piccolo dettaglio: l’Italia è un Paese democratico; la Cina invece una dittatura comunista, sia pure aperta al capitale. È facile che un regime totalitario, che soffoca libertà e dissenso, possa garantire un indirizzo stabile per un tempo così lungo.

Però le parole di Jinping celano una grande verità: un Paese ha bisogno di una visione capace di pianificare, di guardare a un futuro più lontano e di perseguire l’obiettivo nel tempo. E per questo le sue parole, in ultima istanza, ci pongono un interrogativo pesante: la democrazia è fallita, o è ancora “il sistema peggiore, fatta eccezione per tutti gli altri”?

Un buona risposta ci viene capovolgendo la domanda. In che modo il nostro sistema democratico può assolvere all’esigenza, sempre più pressante al tempo d’oggi, di perseguire un indirizzo di ampio respiro?

Guardiamoci indietro. L’Italia ha saputo darsi un indirizzo stabile e proficuo (interrotto solo dalla guerra) dagli anni Venti agli anni Ottanta. Un arco di tempo assai ampio che abbraccia la dittatura di Mussolini (e quindi un modello illiberale cui possiamo ricondurre appunto la Cina), ma anche la democrazia ritrovata e matura del dopoguerra. È a quest’ultimo esempio che bisogna guardare.
Perché l’Italia, negli anni ‘50 e ‘60 è cresciuta in modo esponenziale, passando dalla condizione agricola a quella industriale, dall’ignoranza diffusa a una media istruzione, producendo eccellenze, ricchezza e innovazione, fino a raggiungere il pantheon delle 10 potenze mondiali?
Per la stabilità dei governi? No di certo. Di esecutivi ne abbiamo avuti tanti e troppi, di breve e brevissima durata.
Non per la stabilità di governo, dunque. Ma per la stabilità di indirizzo: oltre quarant’anni di governo democristiano (affiancato variamente da una serie di altri partiti) hanno garantito una direzione coerente e nel complesso proficua, perseguita nel tempo.

Ora, non è mio desiderio tessere l’elogio della DC, che ha sommato anche tanti difetti e tanti limiti nello stesso indirizzo di governo e non solo. Ma mi interessa piuttosto fare luce su un modello positivo: l’esistenza di un centro forte, stabile, dialogante, lungimirante.
Quando questo “centro di gravità permanente”, favorito dal sistema elettorale proporzionale, è venuto meno, l’Italia ha perso la bussola. Siamo finiti nella democrazia muscolare del maggioritario, che ha premiato le parti estreme e quindi avverse, provocando sia l’instabilità politica (governi che cadevano per l’eterogeneità delle coalizioni), sia soprattutto l’instabilità di indirizzo (un governo faceva, l’altro smontava, e viceversa).
E poi, nella confusione del tutto, siamo approdati ad un ibrido sistema proporzionale con correzione maggioritaria, ritrovandoci al centro non una novella forza democratica con un riconosciuto ruolo di guida, ma un movimento estremo, tutt’altro che stabile e lungimirante.

Questo è il problema vero della nostra attuale democrazia. Quello che ci impedisce di fare una programmazione utile e duratura, per il futuro.

Se vogliamo ritrovare dunque un modo per superare il guado, dobbiamo anzitutto operare sulle premesse “tecniche” capaci di riordinare il panorama politico.
Dobbiamo cioè investire nel proporzionale (con sbarramento minimo), evitare improvvisate e squilibranti riduzioni dei parlamentari (che incidono sconsideratamente sul meccanismo elettorale, se non rientrano in una più articolata revisione di tutto il sistema) e creare quindi le condizioni per la nascita di un centro illuminato e riformatore. Non la palude moderata che vorrebbe facilmente evocare il luogo comune. Ma una visione coraggiosa, innovatrice e di lungo raggio lanciata da un baricentro stabile, protetta da un sistema elettorale aperto e inclusivo come il proporzionale, condotta da forze politiche affidabili, perché serie e competenti.

È chiedere troppo? Allo stato attuale parrebbe di sì. Ma non è la luna.

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