Brexit in progress

È soltanto una la sensazione che si prova ascoltando quanto accade con il processo della Brexit, ed è una sensazione di freddo, sgradevole, che dà brividi, e riguarda l’Irlanda. Sono ancora troppo calde le lacrime di tante troppe, perdite umane e il sangue versato a causa di divisioni assurde crudeli lascia ancora il segno sul territorio irlandese e torna facilmente alla memoria. Come si fa a parlare ancora di divisioni? Magari diverse, programmate, organizzate, ma che senso ha riportare una frontiera in un territorio che ormai aveva trovato la sua unità, una integrazione economica e sociale che aveva lasciato il passato alle spalle.
Ci suonano anche per questo come un pericoloso ossimoro le frasi pronunciate da Boris Johnson: «….il posto che ci spetta come orgoglioso e
indipendente attore globale per il libero scambi»” e «… Amiamo l’Europa.
Siamo europei».
L’Europa non è questo. L’Europa unita è l’abbattimento dei confini, è il
superamento delle frontiere, è un percorso di unità, non di supremazia e
contrapposizione, magari difficile, complesso, pieno di stop and go, ma
pur sempre la realizzazione progressiva di un sogno unitario.
Così, se anche per un momento smettiamo di razionalizzare e di interpretare ciò che potrebbe significare il processo della Brexit, e tentiamo di intuirne in modo irrazionale gli esiti, avvertiamo qualcosa di negativo.
Non piacciono gli ultimatum di Johnson all’Ue, e non piace questa proposta di divisione possibile che prevede come l’Irlanda del Nord possa restare nell’Ue fino al 2025, per poi far decidere al parlamento di Belfast.
E non piacciono perché già creano reazioni contrastanti fra la ministra degli Affari Europei, Helen McEntee, di Dublino che la considera un’offerta che “non sarà certamente accettabile per il governo irlandese, ma neanche per l’Ue” e Arlene Foster, leader del Dup, il partito unionista nordirlandese, che invece appoggia la proposta.

Le modalità con cui questo processo dovrà avvenire sono tuttora molto
confuse. Ma si può invece essere certi che qualunque costo potrà ricadere
soltanto sulla gente comune, forse quelle 30 mila persone che ogni giorno
attraversano il confine per andare a lavorare in pace senza alcun controllo da una parte e dall’altra del territorio irlandese.

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