Mezzogiorno nell’Occidente

Mezzogiorno nell’Occidente. Si intitolava così un celebre articolo di Ugo La Malfa sulla rivista «Nord e sud» nel 1954. La sostanza era questa: non solo i problemi del mezzogiorno potevano essere risolti solo con gli strumenti della democrazia, facendo riferimento alle ‘risorse esterne’, agli effetti positivi dell’apertura economica internazionale, in termini di alleggerimento della pressione demografica, di sbocco commerciale per le produzioni del mezzogiorno e di attrazione di investimenti nelle aree depresse del sud italia. Ma c’era altro e di più: chi ha avuto sempre ferme le nostre radici, è stata una minoranza di meridionali colti, a cui spesso il Pri ha dato voce. Lo ha ricordato oggi Massimo Andolfi (Fondazione Ugo La Malfa) tra i relatori della conferenza in occasione degli ‘Stati Generali’ del sud del Partito Repubblicano, dopo l’analoga iniziativa a Bologna, significativamente intitolata «Il progetto liberal-democratico», introdotto da Salvatore Piro, vicesegretario nazionale del Pri. Perché di questo c’è bisogno in Italia. Di un progetto intorno al quale ricucire ferite e delusioni, senza partigianerie, senza divisioni, senza rancori.

«Oggi noi rappresentiamo paghi o dolenti una menzogna d’Italia… manca l’alito fecondatore di Dio, l’anima della nazione» (Giuseppe Mazzini)

C’era un ospite d’eccezione, Luigi Compagna. Un nome che a Napoli e non solo è un pezzo di storia. Che basta a sé. Professore ordinario di storia delle dottrine politiche alla Federico II, ha scritto libri importanti, da La democrazia dei liberali a Theodor Herzl. Il Mazzini d’Israele. Una storia che non solo appartiene alla cultura italiana, ma anche alla cultura repubblicana: per 25 anni Compagna ha militato nel Pri, facendo anche parte del Consiglio Nazionale. È lui che in apertura di convegno ha tracciato un profilo storico, politico e strategico di un’area politica che fa gola a molti (da Calenda a Renzi) ma che appartiene a pochi. Un’area in cui è evidente la differenza tra democrazia rappresentativa e populismo sguaiato.

Certo, al sud la partita è soprattutto economica, come hanno evidenziato Luigi Manganiello, presidente Confimpresa e Francesco Saverio Coppola, dell’Associazione Guido D’Orso. Oggi i giovani sono sfiduciati, il loro vero grande problema è la disoccupazione, quando è altissimo il fenomeno dei cosiddetti ‘neet’, quelli cioè che non lavorano, non cercano un impiego e non frequentano corsi di formazione o di aggiornamento. Sono quelli che si sono arresi del tutto. Da qui si deve partire: dal lavoro. Lavori stabili, perché oggi le (poche) offerte sono precarie. Precario non vuol dire flessibile. Vuol dire che non puoi immaginare un futuro. Ed è del futuro che i giovani hanno paura quando scelgono di andar via. Le Pmi sono trascurate, pur essendo l’ossatura della nostra economia, il midollo, non hanno il potere di Confindustria nella concertazione e si muovono con difficoltà in Europa, là dove il grande industriale con quella che è chiamata ‘esterovestizione’ può approfittare, illegalmente, di una scarsa armonizzazione delle imposte fiscali tra i Paesi membri. Anche l’Europa, cioè, tutto fa tranne che aiutare davvero e tutelare le Pmi.
L’autonomia rafforzata, che certo potrebbe essere una opportunità, rischia di diventare un colpo mortale per le economie del sud. Che hanno un’altra grande difficoltà: il credit crunch, la stretta del credito, da parte degli intermediari finanziari. La Banca del Mezzogiorno, ed è quasi un paradosso, finanzia eventi a Roma e non al sud. Per farla breve: non ci sono gli strumenti per rilanciare il sud. E certo il reddito di cittadinanza non si può presentare come strumento che possa risolvere qualcosa. C’è bisogno di investimenti e di politiche serie.

Dopo gli interventi di Pietro Curò, segretario regionale della Sicilia, Sergio Stancato, segretario regionale della Calabria, i saluti di Olindo Ferri e quelli dell’ex segretario Francesco Nucara, è stato il segretario nazionale Corrado De Rinaldis Saponaro a tracciare le conclusioni. «A Roma la settimana prossima concluderemo questi momenti di confronto con i quadri dirigenti. Perché intanto il Partito Repubblicano ha bisogno di esserci con il suo nome e il suo simbolo negli appuntamenti amministrativi. Quello che voglio lanciare, e che già la direzione nazionale ha sostenuto, è un Patto Repubblicano, affinché un nuovo progetto strutturale-economico possa essere messo in campo, in una società in cui siano affermate non le culture divisive ma lo spirito di una comunità, orgogliosamente filo-atlantica e in cui torni funzionante quell’ascensore sociale che è fermo da troppi anni»

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