Giuseppe Catania (PRI): «Stanno uccidendo la sanità pubblica»

Ci sono i numeri, è vero, e i numeri provvedono a darti un’idea. Qualcosa di più preciso di un generico: «Va tutto a rotoli», che sa di luogo comune. La sanità in Sicilia è qualcosa che, se non la vivi sulla tua pelle, sei costretto a ricostruire per come te la restituiscono i giornali. Titoli urlati fatti di emergenza, di scandali, di una quotidianità che è quasi al collasso, che sta per cedere.

«All’ospedale tutti diventano poveri. Perché sono padroni solo della malattia che si portano addosso» (Ascanio Celestini)

E ci sono le classifiche, dicevamo. Così leggiamo che il nostro Paese è il più vecchio al mondo, le donne hanno un’aspettativa di 84 anni, gli uomini 80. A dirla così ci aspetterebbe un’attenzione importante per il mondo sanitario. Siamo quarti del mondo per efficienza, abbiamo una sanità attenta al sociale e questo rischia ormai di diventare un’eccezione, eppure abbiamo una spesa sanitaria tra le più basse tra i Paesi occidentali: meno di 3000 euro pro capite. Il rapporto Censis 2018 sulla sanità stima che entro il 2025 saranno necessarie nel settore tra i 20 e i 30 miliardi. Queste le cifre. Tradotto nella quotidianità vuol dire che non ci sono abbastanza medici, vuol dire che non ci sono abbastanza infermieri, vuol dire che le strutture sono fatiscenti. E chiudono gli ospedali. Meno personale e meno strutture uguale aumento delle liste d’attesa, cioè l’esatto contrario delle belle intenzioni del Ministero che in questi giorni ha tentato di ripartire con il Patto della Salute, un documento inviato alle Regioni che tenterà di dare ossigeno. Negli anni scorsi le piccole strutture, quelle con meno di 3000 posti letto, hanno cessato ogni attività diagnostica e di degenza: 302 nel centro, 302 nel nord e 1641 nel sud.

Già, il sud. Perché le situazioni difficili al sud riescono a peggiorare. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Catania, segretario regionale del Sindacato Medici Italiani, ex amministratore di Agrigento e consigliere nazionale del PRI.

Ascolta l’intervista