Economia col fiato corto. Le manovre di Draghi e la lotta al contante

Oggi il Sole 24 Ore titola in modo efficace: «La lunga marcia del debito pubblico». Da dove si comincia? Dino Pesole parte da lontano, dalla proclamazione del Regno d’Italia e da quando il ministro delle Finanze, Piero Bastogi, unificò i debiti degli ex stati confluiti nella nuova entità nazionale, istituendo il Gran libro del debito pubblico. Una sostanziosa politica di contenimento riportò la situazione sotto controllo dal 1926 all’immediato dopoguerra: nel 1946 il debito ammontava al 33% del Pil. La vera impennata comincia a verificarsi dagli anni Settanta. Poche e inascoltate le voci di allora. Randolfo Pacciardi fu tra i primi a ricordare di continuo: «Stiamo inguaiando le generazioni future». Spesa pubblica a tutto spiano, per fini spesso clientelari, istruzione, sanità, previdenza e assistenza, pressioni sindacali senza nessun tavolo e nessuna regia complessiva come domandava invece un inascoltato Ugo La Malfa. Il debito, che nel 1982 è pari al 66,4% del Pil, dieci anni dopo sale al 110,8 portando la nostra moneta a uscire dal sistema dei cambi europei (che all’epoca si chiamava ‘serpente monetario’). Il 7 febbraio firmavamo il Trattato di Maastricht. Con l’impegno di un rapporto tra deficit pubblico e Pil non superiore al 3% e un rapporto tra debito pubblico e Pil non superiore al 60%.

Oggi la situazione è nota. E il governo è chiamato a dover fare i conti anche con questo. Con politiche di contenimento, e di lotta all’evasione. Solo la lotta all’evasione, per buona parte dell’attuale maggioranza, può aiutare l’Italia a sanare i conti. Ecco perché il contante è di nuovo sotto assalto.

Ma a soffrire è tutta l’Eurozona, a causa di incertezze geopolitiche e alla vulnerabilità dei mercati. Pesa ancora l’incertezza della Brexit (e paradossalmente pesa più in Europa che in Uk), e le politiche di Trump. La Bce ha varato un pacchetto di ‘stimolo monetario’ lo scorso 12 settembre e questo perché è stata avvertita la “necessità di un orientamento di politica monetaria fortemente accomodante per un periodo prolungato di tempo” per sostenere la crescita e le pressioni al rialzo sui prezzi in modo da far convergere l’inflazione a un livello prossimo al 2%. Una politica accomodante, in attesa del cambio della guardia tra Mario Draghi e Christine Lagarde alla presidenza, che non è piaciuta a Sabine Lautenschläger, uno dei sei membri del Comitato esecutivo, che oggi ha sbattuto la porta, infastidita dalla politica monetaria ‘open ended’.

Di tutto questo parliamo con Saverio Collura, membro della direzione nazionale del PRI.

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