Il coraggio di Genova e i Giovani Repubblicani

Genova è una città che invita al racconto. Sarà il mare, sarà il porto, saranno i vicoli. Ma ha una vita che non trattieni. Tra il mare e i monti. Come se questo fosse un abbraccio, ancora prima che un passaggio. Un passaggio che forse Genova ha nel nome. Ianua la si chiamò nel medioevo. Che vuol dire per l’appunto ‘porta’. E da allora la si associò, impropriamente con ogni probabilità, al Dio Giano, perché come Giano ha due facce, una che guarda il mare l’altra che guarda i monti. Che è anche guardare al presente e al futuro. I monti sono qualcosa che trattieni che hai qui, come del resto i ‘caruggi’ che corrono nervosi e si affrettano, pieni di artigiani e mercati e cose da fare. Una città del sud al nord. Il mare no, il mare apre possibilità e viaggi. La Genova di qua dicevamo è il presente (e il passato). Il mare è quello che ancora non conosci. La Repubblica marinara questo ha fatto, era detta la ‘Superba’, la ‘Dominante’, proprio per la voglia di avere in potere quello che sta oltre il mare. Una identità ribelle, che non si volle dire impero. Perché Genova è stata Colombo. E lo annotò Nietzsche: «Quando cammino sulle alture di Genova, ci sono momenti in cui avverto bagliori ed emozioni simili a quelle che sentì Colombo, forse negli stessi luoghi, lanciato verso il mare e il futuro».

Genova ha un carattere forte. È una città che ai repubblicani fa venire in mente Mazzini. Ma è anche la città di Fabrizio de Andrè, di Umberto Bindi, di Ivano Fossati, di Paolo Conte. Ma de Andrè sopratutto. Che ne ha cantato gli odori e i sapori. Perché il pesto rimane nella rete del tempo, ma la cimma la restituisci come cifra delle disuguaglianze, una tasca di vitello farcita di tutto preparata per ricchi appetiti da mani di povere donne, un lungo lavoro che poi vengono a prendere i camerieri lasciando alla miseria il “fumo del suo mestiere”.

«Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte. Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte» (Francesco Guccini)

Bello che i giovani si confrontino con la loro città, bello che lo facciano i Repubblicani. Perché c’è l’urgenza del mare, ma anche la necessità di tener fermi i valori di una tradizione politica e culturale che non deve disperdersi. Valori che non sono roba da museo, perché ai giovani si chiede questo: di portare la fiaccola. Un rituale laico che abbiamo rubato ai Greci ma che è qui per dirci che i nostri maestri non sono il nostro passato, ma il nostro futuro. Abbiamo intervistato Valerio Pennisi, coordinatore Fgr di Genova.

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