La grande corsa al centro

La crisi del Pri sul tramonto del secolo scorso, non la prima e certo non l’ultima, si consumò sulla prima grande corsa al centro. Bruno Visentini, uomo di una certa cultura e di un altrettanto notevole spirito, schernì il suo stesso partito: l’unico centro che conosceva era il Zentrum del cattolico Von Papen, quello che aperse le porte del governo a Hitler nella Repubblica di Weimar. A tutti gli effetti, per un partito repubblicano, aduso al ruolo politico di “cerniera” , com’era giusto che fosse, nella repubblica del sistema proporzionale, il nuovo sistema maggioritario creava infiniti problemi. il principale era quello di doversi collocare in uno schieramento contro un altro armato, “la meravigliosa macchina da guerra” di Occhetto, piuttosto che la nebulosa “Forza Italia” del plutocrate Silvio Berlusconi. Il “centro” allora sembrava un luogo ideale per ripararsi da questa sventura tale da alterare i connotati di un partito preoccupato di tenere insieme il paese nei momenti difficili, come richiede lo spirito di una Repubblica. Ma sul centro in quanto tale, aveva ragione Visentini, il centro non esiste, o per lo meno è centrale solo il governo della Repubblica non chi lo idealizza in astratto. Berlusconi è stato il centro del Paese uscito dalle elezioni del ’94 e Prodi il centro del paese dopo il voto del ’96. Non si può dire lo stesso del governo Dini che successe a quello Berlusconi per pochi mesi e del governo D’Alema che liquidò Prodi. Per cui non basta nemmeno arrivare al governo per avere la necessaria centralità, serve anche un vasto e diffuso consenso popolare. Renzi con il 40 per cento dei voti e leader di governo, era il centro del Paese. Se Renzi con il suo nuovo partito creato tra Montecitorio e Palazzo Madama, prendesse alle elezioni il 5%, non sarebbe centrale per nessuna ragione, a meno che non fosse intento a costruire una coalizione vincente. Il centro non è un’idealità iperuranica, è uno spazio che va riempito e lo riempie solo chi diviene decisivo. Prima del suo suicidio politico il centro era divenuto Salvini, piacesse o non piacesse. Ora non sappiamo se lo sarà Conte o chi per lui. Serve un progetto ed una strategia di ampia durata per rivendicare la centralità politica o per lo meno la suggestione di poterla creare nell’opinione pubblica. Per questo non è il caso di definire le posizioni politiche quando invece serve prenderle. Il partito repubblicano, in teoria, ha due riferimenti prioritari, le politiche liberali, perchè abbiamo avuto un lungo conflitto con la tradizione socialista, e i costumi democratici, perchè abbiamo dovuto emancipare la nostra società dal fascismo, come prima dalle monarchie. Non è però necessariamente detto che la politica liberale sia perfettamente consona al costume democratico, noi stessi abbiamo sostenuto e possiamo dover continuare a sostenere il ruolo fondamentale dello Stato di indirizzo e di programmazione. I liberali hanno nella loro evoluzione mostrato invece sempre più fastidio verso lo Stato in quanto tale e non perchè il leviatano del socialismo reale. Per queste le formule lasciano un po’ il tempo che trovano. Quello che pesa in politica e per il destino del partito sono solo le proposte. Avanziamo le nostre proposte a tutti coloro che vogliono ascoltarle, poi vedremo se sarà possibile costruire un’area comune, “centrale” o “periferica” che sia.