IL XX settembre e l’idea di una nuova Roma

All’alba del XX settembre 1870 e.v., un agguerrito esercito di 15.000 soldati pontifici, in massima parte zuavi francesi e delle Fiandre presidiava l’Urbe, pronto a fronteggiare gli eventuali assalti dei fanti italiani, che da giorni ormai attendevano la resa dello Stato Pontificio per coronare finalmente il sogno di un’Italia unita.
La stessa sorte occorsa alla Repubblica Romana del triumvirato Armellini-Mazzini-Saffi, pareva ormai profilarsi; quel glorioso tentativo che iniziato il 9 febbraio 1849, sulla scia dei grandi moti del ’48 capaci come una saetta di Giove di squassare la sonnacchiosa Europa post-Restaurazione recando ormai insperati venti di Libertà, – dopo cinque mesi di strenua resistenza – vide il suo epilogo il 4 luglio 1849 a causa dell’intervento militare della Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, il futuro Napoleone III, che ristabiliva l’ordinamento pontificio, reintegrando Papa Pio IX – nel frattempo fuggito a Gaeta – nei suoi poteri temporali.

Ma ecco, nell’ora nona del mattino di quel XX settembre risuonare il segnale d’assedio del generale Cadorna. Seguì il fragore dei cannoni ed il tonfo sordo del crollo di parte della cinta muraria della Porta Pia. Dinanzi all’inaudito, i difensori del diritto papale su Roma non osarono opporre resistenza. E venuta meno la protezione francese dopo la sconfitta di Napoleone III ad opera dell’armata prussiana del Bismarck, a Pio IX non restò che rifugiarsi in Vaticano e dichiararsi prigioniero politico dello Stato italiano.

Terminava così dopo più di dieci secoli il dominio temporale dei Papi. Fu quella un’altra Bastiglia a crollare sul tortuoso cammino della Libertà dei Popoli,…una Bastiglia delle coscienze,…anche se la longa manus del Vaticano, negli anni a venire, non avrebbe certo cessato di condizionare la vita sociale e politica d’Italia.…

Parole certo tragiche ma memorabili, saranno quelle scritte da Edmondo De Amicis, allora giovane ufficiale del Regio Esercito, su quell’evento di portata epocale.

«La Porta Pia era tutta distrutta; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materassi fumanti, di berretti di Zuavi, d’armi di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti»

L’Unità d’Italia certo non si realizzava sotto l’egida di Mazzini bensì era compiuta dal Regio Esercito che rispondeva ai Savoia, ma egli ne fu l’Antesignano. Ben fece Mazzini a rifarsi nell’eroica esperienza della Repubblica Romana al mito di Roma, a far svettare nei cieli dell’Urbe, nuovamente, l’aquila e il fascio littorio simboli della superiore Visione unificatrice di Roma, dell’unità del suo Popolo e dell’Autorità delle sue Magistrature. Ben fece a coniare il motto della sua Repubblica, DIO E POPOLO, a voler richiamare una comunione diretta, senza bisogno di indegni intermediari, fra l’Uomo e il suo Dio, a propiziare una comunità di maggiorenni, sui cui capi calasse dall’Alto come una laica Pentecoste, il berretto frigio degli schiavi affrancati. Dopo la Roma degli Imperatori, dopo la Roma dei Papi, si ponevano così le basi della Terza Roma, quella del Popolo (che si avviava a divenir) Sovrano.
Una società di uomini che avrebbero potuto dirsi finalmente fratelli e non più sudditi! Ciò Mazzini auspicava. E questa è la strada su cui il Popolo italiano deve rimettersi in marcia, come ogni popolo della Terra.

Ad ogni latitudine – è la Storia ad insegnarcelo – il compito di ogni civiltà passibile d’esser considerata tale è sempre stato quello di condurre una strenua lotta contro l’informe ed il caotico, e statuire un principio di armonia fra i cittadini e i diversi ordini sociali (concordia ordinum, si disse a Roma). Nella gloriosa Età Repubblicana e poi nell’Impero ciò che costituiva il collante della società romana fu il mos maiorum, che vincolava al contempo aristocratici e plebei in un sistema di valori condivisi. Il nobilis come il cittadino qualunque (civis) erano legati da rapporti di sostegno reciproco basati su una comune visione della vita, e ciò forse costituisce uno dei motivi per cui a Roma, la dignità di classe sociale e i rapporti di sudditanza e signoria fra gli uomini parvero stabilirsi spontaneamente.
E ci piace immaginare che lo stesso acronimo RR presente sui vessilli che garrivano sotto i cieli di Roma durante l’impresa mazziniana, stessero velatamente a propiziare una mistica resurrezione dell’Urbe: «Roma Resurgat!».

Ma ci chiediamo cos’abbia di che spartire con quella sognata da Mazzini questa smorta Repubblica italiana e con lo stesso mondo occidentale ormai vittima di un inconciliabile dualismo fra i due ordini, del divenire e dell’Essere, separati irrimediabilmente da uno iato ontologico: da una parte una vita “quotidiana” rozzamente legata agli affari in cui l’unico vincolo tra gli uomini è costituito dalla legge della domanda e dell’offerta; dall’altra – quando ancora sia presente – , una spiritualità devirilizzata, un rapporto ‘lunare’ – ed irreale, diciamolo francamente – con il sacro nel cosmo e in sé stessi.

La nostra antichità classica con la sua ortoprassi e fondata sull’ideale di una trascendenza immanente, in una concezione non moralistica ma ontologica delle cose, fu capace invece di riconoscere nel culto degli antenati, nel culto degli uomini illustri, e degli eroi una sorta di eternità immanente, non già vagheggiato preludio dell’eternità futura, ma pegno. I Romani videro per ciò stesso nella stessa società un “vincolo di unione sacra (religiosae)”. (Gellio, Noctes Atticae 13, 3, 1), e tale unione sacra presentava un carattere originario prestatale, quasi si direbbe naturale (o meglio sovrannaturale) non positivo, nella nozione che questi termini sono venuti ad assumere nella scienza del Diritto.
Altro elemento che caratterizzò la visione della vita di Roma antica fu una concezione del sacrum facente riferimento sì ad un unico sistema valoriale, però capace di riconoscere quanto di coordinare e unificare in una suprema sintesi ogni particolarismo religioso, ogni filosofia, ogni fede; poiché come affermò contro il fanatismo delle sette imperversanti un noto oratore romano, Quinto Aurelio Simmaco: “

«Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande»

Tale superiore e unificante Visione delle cose ben riconoscendosi in quel simbolo architettonico vivente che è il Pantheon. Fu proprio in questo che Roma poté realmente sembrare in terra un’ orma Amor. Non per nulla il Risorgimento non fu ritenuto compiuto se non con la presa di Roma e con Roma fatta Capitale! Come già auspicato dal Cavour in occasione del voto del 27 marzo del 1861 dunque ben nove anni prima della Breccia di Porta Pia – quando il Parlamento italiano ancor riunito a Torino, presso Palazzo Carignano, votò quasi all’unanimità “Roma come naturale Capitale d’Italia”:

«Senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire. La questione della capitale non si scioglie, o signori, per ragioni né di clima né di topografia, neanche per ragioni strategiche. La scelta della capitale è determinata da grandi ragioni morali»