Le avventure dell’ebreo Avraham Moncada. L’agitarsi delle cose e la Repubblica Romana

Avraham Mocada non esiste. O meglio: esiste nella fantasia del suo autore, Roberto Fiorentini, e nei due romanzi che lo vedono protagonista. “Le chajim. Alla vita», e «La rivoluzione» (Graphofeel, Roma, 2014-2019). Un ebreo livornese, “timido e insicuro” alle prese con missioni segrete, rivolte e avventure. Le quinte del suo agire sono affascinanti e dettagliate quanto la trama: la Repubblica romana. La missione anzi è soprattutto questa: scatenare una rivolta per obbligare Pio VI a lasciare Roma, così che si possa proclamare la Repubblica sotto il controllo del Direttorio, ispirata a quella francese (e ai suoi valori). Intorno a questa missione avviene la particolare ‘formazione’ di Avraham, in un vissuto fatto di amore e di studio in sinagoga. La formazione del resto ce l’ha nel nome. Abramo vuol dire padre di molti. E la storia del nome del Patriarca è in sé già simbolo di una maturazione. Il suo nome infatti da Avram diventò Avraham. Con quell’h aggiuntiva si viene caricati di una responsabilità ulteriore, quasi partecipi della creazione di DIo. Così il nostro ‘scrive’ la storia che vive. Le sue azioni completano il mondo. Che è un mondo assetato di giustizia e di libertà.

«I crimini di cui gli ebrei sono stati incolpati nel corso della storia – crimini intesi a giustificare le atrocità perpetrate contro di essi – sono mutati in rapida successione. Le accuse contro di loro, accuse della cui falsità gli istigatori erano ogni volta perfettamente consapevoli, superavano ogni immaginazione, ma hanno influenzato ripetutamente le masse. In questo caso, si può parlare di antisemitismo latente» (Albert Einstein)

Un mondo in cui gli ebrei hanno difficoltà ad essere considerate persone in piena parità di dignità e diritti. «Erano tempi in cui avevano preso a circolare per la città confondendosi con i romani […] senza che nessuno li controllasse, li deridesse o gli imponesse alcunché. Insomma, per la prima volta, da quando Paolo IV li aveva chiusi nel recinto, duecentocinquanta anni prima, gli ebrei assaporavano il gusto della libertà». Ma non c’è nella narrazione il bene da una parte e il male dell’altra. La realtà è sfuggente come la storia e hai male e bene confusi, quasi a dire che il bene in sé è per sua natura metastorico, riposa oltre l’agitarsi delle cose e le cose ci si possono solo riferire, lo possono solo evocare, come si invoca un ideale, un’utopia. Qui, negli eventi, non riesci che ad afferrare che brandelli di utopia, stracci di speranza, non riesci cioè a tirar giù tutto. Quando gli ebrei chiederanno di poter partecipare alla Guardia nazionale gli sarà risposto: «Solo perché portate una coccarda tricolore non vuol dire che non ci siano più differenze tra noi e voi». Che è un po’ quello che è stato urlato ieri a Gad Lerner a Pontida: «Sei un ebreo, non sei italiano»

Roberto Fiorentini ha insegnato storia e filosofia al liceo, e si è occupato soprattutto della storia dell’antisemitismo, della Shoah e di Israele.