L’anima repubblicana della Carta del Carnaro

Con Gabriele D’Annunzio non è facile fare i conti. E si è preferito offuscarne la memoria senza nemmeno quasi conoscerlo. È un fascista, si è detto e la cosa è finita lì. La sua memoria ha dovuto fare i conti persino con chi voleva togliere di mezzo la sua statua. E tutto questo, per un “sommario processo storico”, di “vaga legittimazione etica” come ha scritto Vittorio Sgarbi appena qualche giorno fa. «Per risolvere i dubbi sul rapporto con il Fascismo, è sufficiente rileggere il bel libro Le rose del ventennio di Gian Carlo Fusco, dove si racconta di un silenzioso tour di D’Annunzio con alcuni ospiti che, in visita al Vittoriale, gli chiedono che cosa ne pensasse del Fascismo. D’Annunzio, guidatili fino a uno dei sontuosi bagni, davanti al water esclamò, come per un vaticinio: “Con la merda non si fabbrica”».

«I generali non sanno che le guerre le vincono gli storici» (Leo Longanesi)

Ed oggi solo i Giovani Repubblicani hanno ricordato Fiume e la Carta del Carnaro del 1920. La Carta attribuita convenzionalmente a D’Annunzio ma redatta da Alceste de Ambris, repubblicano, mazziniano, massone, fu un sogno, quello di una società futura, fondata sul “riconoscimento del valore sociale del lavoro” e su un’impostazione corporativista che voleva essere critica della società capitalista, senza però sconfinare nel marxismo.

Carlo Ricotti ospite dell’Accademia degli Oziosi

Sull’argomento aveva scritto un libro anche il compianto Carlo Ricotti, docente di Storia delle Istituzioni politiche e amministrative alla Facoltà di Scienze Politiche della Luiss – Guido Carli (La Carta del Carnaro. Dannunziana, massonica, autonomista): «Fu lo stesso d’Annunzio a chiarire che “senza l’appoggio incondizionato della massoneria l’impresa di Ronchi non avrebbe potuto raggiungere il suo scopo”; ma l’influenza del Grande Oriente d’Italia, la maggiore comunione massonica del tempo, non si limitò al supporto organizzativo e/o politico, ma si irradiò diffusamente nell’ambito della stessa Carta, specie nella peculiare stesura degli istituti più qualificanti quali il lavoro, la proprietà, la libertà religiosa, l’eguaglianza di genere, nonché negli apporti personali di d’Annunzio con la redazione delle sezioni sulla Musica e sull’Edilità, e le aggiunte a quella delle Corporazioni. “Delle influenze libero-muratorie negli istituti della Carta del Carnaro, fa fede altresì, specie nel delicato tema dei diritti, quella pronunciata istanza egualitaria che sottende tutto il reticolato normativo della costituzione: un tema per tutti, quello del divorzio che, legalizzato a Fiume sin dal settecento e mantenuto dalla Reggenza, era stato discusso e proposto nelle logge fin dai primordi dell’unità d’Italia, sino all’approdo in Parlamento ad opera di “fratelli” come Raffaele Morelli, Berenini, Zanardelli. Per non parlare della “eguaglianza giuridica della donna”, tema che proprio nel 1919 troverà ardite formulazioni nell’assemblea costituente del Grande Oriente d’Italia ed in importanti logge estere della comunione.
“Ad una attenta analisi, poi, dei dibattiti e degli sviluppi delle dottrine massoniche nel primo dopoguerra, possiamo ben definirli antesignani di quel futuro “affievolimento” del diritto di proprietà nella Carta del Carnaro. A tale proposito vanno menzionate le richieste avanzate già nell’estate del 1917 dal Rito Simbolico Italiano, una delle organizzazioni della massoneria giustinianea, che prevedevano, anche dopo la conclusione del conflitto, la obbligatorietà della coltivazione della terra, il superamento del “concetto quiritario della proprietà” e la concessione diretta delle terre ai lavoratori “a condizioni di equità”. A guerra finita, il 21 giugno 1919 sarà il Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese, l’ex Gran Maestro Ferrari, a sottolineare la necessità di “trasformazioni della costituzione sociale” e ad invocare “rapidi ed immediati provvedimenti per la trasformazione del diritto di proprietà”: due giorni dopo la Costituente massonica convocata per eleggere il nuovo Gran Maestro approverà all’unanimità un ordine del giorno che prevedeva la “revisione del diritto di proprietà che deve ormai subordinarsi agli interessi prevalenti della collettività”. Era in altre parole l’anticipazione diretta di quella formula “rivoluzionaria” della “funzione sociale della proprietà” che il massone De Ambris avrebbe introdotto sei mesi più tardi nella Carta del Carnaro e che il costituente italiano recepirà nel secondo dopoguerra.”

Hanno fatto bene i Giovani Repubblicani oggi a rivendicare questa eredità? Lo abbiamo chiesto allo storico Antonino Zarcone.

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