Ricomincia la scuola, tra criticità e occasioni

Un nuovo rapporto dell’Ocse. Presentato giusto ieri per evidenziare, e proprio alla vigilia del nuovo anno scolastico, le criticità del nostro sistema, dai licei e dagli istituti tecnici, alle università. I dati sono severi. Ma almeno non impietosi.

Leggi qui tutto il rapporto.

Abbiamo un tasso di inattivi e inoccupati tra i più alti del mondo. Il 26% dei giovani tra 18 e 24 anni non studia e non cerca lavoro. In Italia c’è una mentalità, che deriva almeno da Giovanni Gentile, per cui la scuola deve pensare alla formazione, all’educazione. Cioè alla crescita e alla maturità di un cittadino consapevole e criticamente orientato. Con strumenti per l’analisi del reale e del mondo in cui vive. Veniamo da una cultura in cui l’educazione tecnica è stata sempre considerata inferiore, da classi subalterne. Ingegneria non è mai stata degna di Filosofia. Oggi viviamo il ribaltamento di questo paradigma culturale. La scuola deve preparare al lavoro. La saggezza come sempre sta nel mezzo, perché tecnici specializzati senza una preparazione umanistica possono avere delle difficoltà e creare imbarazzo in una sostanza spirituale costituita dalla consapevolezza di tutti. Ma per l’Ocse troppe facoltà umanistiche vuol dire disoccupazione.

Solo il 19% è laureato, anche se c’è un leggero miglioramento dei giovani. Le lauree di secondo livello non convincono, e in effetti due anni aggiuntivi di studio non possono aggiungere granché alla preparazione della triennale. È vero che dopo l’introduzione del Nuovo Ordinamento per molti è stato più semplice laurearsi, ma non ha funzionato abbastanza, evidentemente.

L’Italia spende circa il 3,6% del Pil per l’istruzione dalla scuola primaria all’università, quando la media Ocse è del 5%. C’è stata una diminuzione del 9% tra il 2010 e il 2016 sia per la scuola che per l’università. In più, gli insegnanti vengono pagati troppo poco.

Ne parliamo con Stefano Covello dell’unione romana del PRI.

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