La politica e i suoi confini

Molto si sta discutendo della bontà o meno del nuovo governo italiano in carica, il cosiddetto Conte bis. Premesso che non lede alcuna norma giuridica e che è stato formato nel pieno rispetto delle regole costituzionali, c’è un motivo che lo caratterizza rispetto ad altri. Non sappiamo infatti dire se è migliore o peggiore di altri governi, ma questo governo è necessario. Ed è tale perché nasce creando finalmente uno iato fra un certo stile della politica e il suo contrario.
Non entriamo qui nel merito del trasformismo o meno degli esponenti politici e delle posizioni dei partiti, ma concentriamoci piuttosto su un altro aspetto, che sembra di forma ma che invece è tutto di contenuto.
Come tutte le cose che riguardano l’umanità e la sua storia anche il concetto di politica si è evoluto nel tempo.
Da Protagora che sottolineava come gli uomini, incapaci di convivere fondando le città in quanto privi dell’arte politica, ricevessero da Zeus i doni della Giustizia e del Rispetto, a Platone che definisce il politico come tessitore, ad Aristotele che collega l’azione politica alla saggezza, per andare ancora oltre, citando soltanto pochissimi nomi, Cicerone, Tommaso, e ancora Thomas Hobbes, John Locke, Machiavelli, Max Weber, Carl Schmitt, Harold D. Lasswell, Hannah Arendt, Dolf Sternberger eccetera, la definizione di politica è collegata alla gestione della società e alla ricomposizione delle complessità sociali. Questa gestione può avere diverse chiavi di lettura ma, in linea generale, la gestione, intesa come politica, deve organizzare una collettività complessa.
Gestire collettività fortemente eterogenee, multiformi e interconnesse con il resto del mondo come quelle attuali è difficilissimo, perché tendono spontaneamente alla frammentazione e alla parcellizzazione in sottocategorie. Per questo motivo la politica attuale deve possedere una qualità fondamentale: quella di ricomporre le divisioni. Cosa ovviamente non facile.
Di fronte a questa difficoltà qual è stata invece la risposta di una certa classe politica incapace di trovare strumenti adeguati? Quella di banalizzare le risposte attraverso messaggi populisti che semplificano la realtà fomentando proprio le divisioni e le differenze che sono il risultato spontaneo di società poliedriche.
Questo è inammissibile. Ciò che, come detto, non deve fare la politica (ovviamente una politica seria) è dividere una comunità.

Nel corso degli ultimi tempi anche la classe politica italiana si è progressivamente contaminata dal virus del populismo che si alimenta e si diffonde attraverso la fluidità del consenso. Porta con sé una volgarizzazione progressiva del messaggio politico, un’aggressività e una violenza anche verbale, alle quali noi italiani a dire il vero non eravamo abituati. È un virus pericolosissimo che colpisce la società snaturandone le tradizioni, i valori, i principi etici. Ma scivolare nell’abisso della perdita della memoria storica, offuscando la prospettiva di sviluppo collettivo può
rappresentare un punto di non ritorno. Questo è il confine che la politica non dovrebbe mai superare. Mentre è quanto stava accadendo. Il problema non è quindi ideologico, ma etico. È accaduto però qualcosa che ha interrotto questo processo. La rotta è stata invertita e siamo rientrati quanto meno in una dimensione che resta al di qua di quel confine. Non è detto che non ci siano problemi enormi da affrontare, ma quel confine non è stato superato. Ora non resta che lavorare molto.

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