Perché rileggere Mazzini?

La memoria è il vento che porta verso il futuro… La principale caratteristica dei nostri tempi sembra essere proprio il sonno della memoria o, peggio, la perdita di memoria. Senza memoria non c’è futuro, ma soltanto l’oblio, il nulla, l’oscurità, il vuoto di coscienza, l’eterno presente senza conoscenza. Ecco perché sono indispensabili oggi i riferimenti culturali e politici a Giuseppe Mazzini, alla storia repubblicana, al pensiero liberale.
La Storia è sempre una domanda sul presente o sul futuro, poi si torna indietro nel tempo alla ricerca di tutti gli elementi che possano aiutarci nella risposta.

Nel 1947, un liberale come Ernesto Rossi scriveva: «La democrazia non è tanto il regime della sovranità popolare, quanto il regime del controllo sulla classe governante». In quegli anni, lo stesso Piero Calamandrei sosteneva che i partiti, così come erano stati concepiti, avevano “cambiato profondamente la natura degli istituti parlamentari” e, perciò, auspicava che la vita interna dei partiti venisse regolamentata secondo principi costituzionali chiari e adottati da tutti perché dalla “organizzazione democratica dei partiti” dipendeva la vita stessa della nostra democrazia appena riconquistata dopo il ventennio fascista. Ma non basta, anche il liberale Giuseppe Maranini, in quel frangente, affermava: «I partiti, vale a dire le segreterie dei partiti, tengono tutto il potere, spartendoselo. Il popolo è chiamato periodicamente a votare: ma non può scegliere gli uomini nei quali ha fiducia: può solo determinare la proporzione fra gli eletti delle diverse segreterie». Sembra una frase scritta oggi.

Per avere i frutti, è necessario annaffiare la radice, con pazienza e costanza. Se la radice si secca, la pianta non produrrà né foglie, né fiori, né frutti. Quindi, senza il nutrimento della memoria, attraverso l’acqua della cultura e della Storia, dell’arte e della poesia, del teatro e della letteratura, non vi può essere futuro. È per questa ragione che, tra i nomi sopra citati, riteniamo indispensabile affiancare anche la memoria, viva nel presente, di Piero Gobetti e della sua “Rivoluzione Liberale”. Ma non basta: è necessario riscoprire lo spirito di libertà di Carlo e Nello Rosselli, del socialismo liberale, di Ernesto Rossi e della sua radicalità, della sua laicità, del suo federalismo europeo insieme ad Altiero Spinelli. È necessario conoscere Gaetano Salvemini e il suo socialismo libertario, Umberto Calosso e il suo socialismo democratico. Qui non si tratta di fare un elenco quanto, piuttosto, di offrire delle curiosità per il lettore e rimandare anche agli insegnamenti di Luigi Sturzo e Alcide De Gaperi. Ma soprattutto di Giuseppe Mazzini. Altri ancora si potrebbero citare, eppure la domanda è una soltanto: che cosa avevano in comune questi uomini politici? Semplice: una medesima memoria. Sono padri e figli della stessa Storia, seppur nella diversità. A tal proposito, forse può essere utile ricordare che quando l’ex-allievo del prof. Luigi Einaudi, Umberto Calosso, criticò il liberismo del suo antico maestro affermando di non condividere le tesi secondo cui “i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finiscono per fare l’interesse proprio e quello generale”, il Presidente trasecolò spiegando che tale tesi è un’invenzione degli anti-liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o monopolisti o pianificatori. Insomma, secondo Einaudi, Calosso aveva preso un enorme abbaglio e commesso l’ingenuità di credere all’esistenza “di un fantoccio mai esistito e perciò comodo a buttare a terra”. È un discorso vecchio? Pensiamo proprio di no. Ciò perché anche il padre della democrazia moderna, Alexis de Tocqueville, sosteneva che già quando nasce la democrazia contiene in sé i germi della contaminazione della democrazia stessa. E per questo può diventare Regime, in quanto la democrazia si basa sul consenso e questo si può acquisire in molti modi, molti metodi e non tutti leciti. Spesso, infatti, sappiamo tutti che il consenso si può comprare con molte e diverse monete di tutti i tipi.

Insomma, il Potere partitocratico ha fagocitato i Partiti politici e i Partiti storici, ma la partitocrazia è sopravvissuta benissimo. Infatti, questo Potere è diventato soltanto una macchina che “produce consenso” e, con il tempo, diventa sistema partitocratico che, dominando, diventa Regime, sopravvivendo a qualsiasi tipo di critica, perché anche le critiche più fondate, con l’attuale sistema dialettico e non dialogico, che non permette un confronto chiaro e affidabile, in quanto si può dire tutto e il contrario di tutto, è diventato esso stesso parte del sistema di critica. E allora, se tutto è basato sul dare e avere piuttosto che sulla pratica di ridistribuire benefici ai cittadini, di che specie di “democrazia” parliamo? Sicuramente, non di una democrazia repubblicana e liberale. Qual è, dunque, il futuro possibile? La risposta è nella memoria.