Essere Repubblicani oggi

Penso che oggi più che mai sia necessario ribadire l’importanza dei partiti tradizionali in contrapposizione ai movimenti ed ai partiti ad personam , così come l’importanza della loro funzione di databanks storico-sociali, del loro nesso tra i diversi tempi della storia, della loro funzione di luogo della “pre-discussione” e disamina prima della linea politica partitica e delle posizioni parlamentari; altrimenti la democrazia, come diceva anche Davide Giacalone al 25° anniversario della morte di Spadolini, celebrato con un convegno de L’Iniziativa Repubblicana a Latina il 30 Agosto scorso (al quale con estremo piacere ed onore mi sono recato sia personalmente che in veste di vicesegretario del PRI di Caserta), non può funzionare; non può funzionare semplicemente perché è sulla base della pre-esistente partitocrazia che è stata creata e disegnata la macchina governativa e parlamentare della Repubblica Italiana nel primo dopo guerra; allo stesso modo però non può funzionare fare ricorso alla de-contestualizzazione del significato e della coscienza di “essere Repubblicani”, alla semplicistica deduzione che Repubblicani oggi voglia dire essere “mazziniani fermi nel tempo”, alla populistica risultanza di riprendere il marxismo, non insignificante, assolutamente, ma passato e “digerito”, metabolizzato come accade per qualsiasi grande filone di pensiero con quello più recente; il quale può ovviamente essere progressivo o regressivo; ma signori miei fino agli anni settanta il pensiero è andato avanti in maniera progressiva, eccome. In quel progresso riconosciuto tale oltre che tecnico e tecnologico anche, e specialmente, sociale e culturale; sulla base del quale si è compreso in qualche modo virtù e difetti del capitalismo, si è programmato all’interno dello stesso i necessari ammortizzatori e sistemi di tenuta sociali, si è dato vita alla prima comunità internazionale dei diritti attraverso le diverse istituzioni sovranazionali e conseguentemente agli orrori della guerra totale … e non possiamo assolutamente fermarci a 120 o 150 anni fa, alla prima internazionale dei lavoratori del 1864 pensando di cristallizzare il tempo. Non penso che Mazzini in persona avrebbe voluto ciò, e nemmeno che Marx, il quale proprio anche rispondendo a Mazzini concepisce “il capitale”, si aspettasse che il suo pensiero sarebbe rimasto tale, a così tanto tempo di distanza dalla sua elaborazione. Nei Discorsi sulla Democrazia in Europa Mazzini si contrapponeva con l’idea di “unione tra capitale e
lavoro” al socialismo scientifico dello stesso Marx , alla loro “collettivizzazione e socializzazione dei mezzi di produzione”.
Suvvia ! bisogna assolutamente comprendere il tempo in cui viviamo e cosa può essere deleterio alla nostra stessa esistenza, possiamo essere capaci di una efficace rielaborazione contestualizzata e completa del “repubblicanesimo”, nella sua vicinanza al metodo della democrazia liberale (che non significa assolutamente quello che va dicendo Diego Fusaro) ed al significato moderno di sinistra, di sinistra non marxista anzitutto (come non marxista, o al massimo una reinterpretazione dello stesso, è divenuto addirittura l’eurocomunismo ed il modello socialdemocratico moderno).

«Hic Rhodus, hic salta» (Hegel)


Io, personalmente, sono andato piano piano acquisendo una coscienza tanto “repubblicana” quanto “liberale-sociale” mediante una lenta ma pensata e studiata emancipazione… ma avevo chiaro fin da ragazzino, perfino quando frequentavo (poco più che quindicenne) Rifondazione Comunista ed i centri sociali, che non avrei mai rinunziato a quella “libertà” che mi derivava dagli insegnamenti familiari liberali e un po’ forse anche dalla conformazione caratteriale; ho riconosciuto infine il repubblicanesimo nella sua intima differenza collaborativa e riflessiva con quel socialismo scientifico che però, un po’ come il liberismo
più estremo, non contempla il sentimento, l’amore, o come si dice… il “fattore umano”.

I giovani in particolar modo, così come è necessario che riprendano coscientemente i valori dei partiti tradizionali, alla stessa maniera, non possono farsi coinvolgere nella sterile dicotomia e proiezione dualistica tra socialismo da un lato e liberalismo dall’altro; non è più affare dei tempi nostri questo, così come non è vero che il liberalismo è alla ricerca o è l’autore del così folkloristicamente menzionato “turbocapitalismo”; è un folklore populista questo che è originato da una determinata e specifica tradizione comunista che non ci appartiene; non bisogna confondere il fatto di avere per oggetto lo stesso tema, la società e l’uomo, con il proiettare soluzioni identiche ; per questi temi infatti noi abbiamo soluzioni molto diverse per quanto affini e/o derivate l’una dall’altra, risultato di riflessioni e filoni di pensiero che spesso si sovrappongono nel tempo e nella storia;
diceva Piero Gobetti (quindi un liberale): «Per noi cultura è coscienza storica. Ritroviamo in essa la responsabilità dell’individuo che è anche cittadino»; c’è più affinità ed intimità tra i repubblicani e questa
frase che tra essi stessi ed il marxismo.
È chiaro inoltre (lo volevo quasi sottintendere, ma è meglio precisare) che oggi, tra un repubblicano ed un leghista (ed è lo stesso tra un liberaldemocratico ed un leghista) è addirittura inconcepibile connivenza e
condivisione, su base valoriale proprio; per cui farebbero bene, a mio avviso, quei repubblicani che a livello comunale e locale debbono in qualche maniera, per motivi di pragmatico opportunismo politico (non certo nobilissimo, ma nemmeno del tutto denigrabile) stringere accordi con essi (spero quanti meno possibili) farlo con la classica buona prassi della lista civica; in questa maniera eviterebbero di esporre al ridicolo un
simbolo che cerca di riprendere a se un sistema valoriale che lo ha reso grande in passato possiamo rappresentare una reale alternativa, poiché se proprio ci teniamo così tanto a rivendicare di essere di sinistra, allora dobbiamo farlo in virtù del fatto che riconosciamo nella sinistra la qualità di parlare anzitutto della società e dell’umanità come il centro inalterabile del discorso politico, il fine; e quindi siamo di sinistra “responsabile”, la sinistra della “programmazione”, di sinistra “keynesiana ma rigorosa e rigorista”, per cui non cinici populisti calcolatori del consenso! non è accettabile ciò, non è accettabile altrimenti è come dire che gettiamo a mare dal “partito d’azione” o dalla fantastica esperienza di “giustizia e libertà” in poi, tutto il percorso che ci lega al mondo contemporaneo.

Nella foto Arcangelo Ghisleri, cofondatore con Giuseppe Gaudenzi del PRI