Da una crisi all’altra

Lamentarsi che le Camere non siano state sciolte all’indomani della crisi di governo è come ammettere il fallimento della propria funzione parlamentare. Questa richiede di dare un governo alla Repubblica della durata di 5 anni. Il senatore Salvini è convinto che avrebbe vinto le elezioni anticipate, ma è molto discutibile una tale certezza per la semplice ragione che gli italiani in questo lasso di tempo si sarebbero trovati in difficoltà economiche maggiori, tali da poter rivedere il giudizio su chi ce li aveva lasciati per correre beatamente alle urne. Sotto uno stretto profilo costituzionale, l’articolato è chiaro perchè non solo la legislatura dura 5 anni, ma è il capo dello Stato l’unico che è chiamato a valutare la possibilità di accorciarla. Per cui se il capo dello Stato si sente di autorizzare un nuovo governo da inviare alle Camere, la sua scelta è insindacabile. Se un governo movimento 5 Stelle-Pd, è politicamente improprio, lo stesso giudizio valeva anche per quello 5 Stelle-Lega. Anche questo governo incontrava le stesse difficoltà politiche, in quanto lo schema elettorale presumeva la Lega alleata di Berlusconi e Fratello d’Italia, rimasti all’opposizione. Non fosse che la Costituzione non prevede la formazione del governo nelle urne, ma in Parlamento e dunque il metodo è sempre lo stesso indipendente dalla fantasia delle forze politiche. Partito comunista e Democrazia cristiana seppero collaborare in piena guerra fredda, meno male che il Movimento 5 stelle riesce altrettanto con la Lega, con il Pd o con chi gli pare, ora che il mondo non è più diviso in blocchi idelogici militari. Dal riconoscere la piena legittimità del nuovo governo che si prepara, come di quello che si è dissolto, ad apprezzarne le qualità, ce ne passa. Non è affatto detto che le disfunzioni, i ritardi, le sottovalutazioni dei problemi, mostrati in questi primi diciassette mesi vengano superati di colpo con la nuova maggioranza, al contrario. Si può riconoscere al premier incaricato una certa autonomia nella sua prima esperienza di governo che si è rafforzata. Il presidente Conte è consapevole che l’Italia deve sapersi relazionare con i suoi partner occidentali nel limite del rispetto degli accordi internazionali presi in più di settant’anni di vita repubblicana. Non si può pensare di tirare un colpo di spugna e rivolgerci ad altri interlocutori come se niente fosse. Conte nei prossimi mesi potrebbe accorgersi che la sua coalizione gli sia più di impaccio che di aiuto. Non basta chiedere le urne, bisogna poi avere partiti da votare capaci di misurarsi con le difficoltà del Paese, qualità perse da decenni. La vera crisi della Repubblica è data dalla decadenza e dall’emergere dei suoi stessi protagonisti.