Crisi del mondo moderno, il ruolo del PRI

“Crisi”, questo ormai è uno dei vocaboli più utilizzati dal gergo politico e giornalistico: dal verbo “krino”, che in greco antico significa separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Nell’uso comune ha assunto un’accezione negativa, in quanto sta a significare il peggioramento di una situazione. Se invece riflettiamo sull’etimologia della parola crisi, possiamo coglierne anche una sfumatura positiva: un momento di crisi dovrebbe essere di riflessione, di valutazione, di discernimento, e potrebbe quindi trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita, per un rifiorire prossimo.

Tantissimi sono i filosofi e i personaggi di profondo spessore culturale che hanno parlato di “Crisi del Mondo Moderno” di guénoniana memoria, grandi contemporanei come Diego Fusaro e Marcello Veneziani. Una società consumista e imbrigliata in un capitalismo matto e sfrenato, dove ogni soggetto acquista un valore numerico e perde valore umano.

«Il consumismo è riuscito più del fascismo ad omologare la società» (Pasolini)

Quella in cui viviamo è un’epoca malata, strana: si punta sulla quantità in ogni situazione, tralasciando la qualità. Ma del resto oramai viviamo in un mondo in cui l’uomo si fa sottomettere dal denaro. Basti pensare a quei pochi paesi ad economia ultra-capitalistica, che non rispettando le regole del mercato, e non solo, stanno consumando la stragrande maggioranza delle ricchezze della terra e di conseguenza miliardi di persone non hanno prospettive di miglioramento delle loro condizioni di vita.

Molti economisti di stampo keynesiano credono che per far ripartire l’economia reale, sia necessario propugnare un sano capitalismo economico avverso a quello finanziario, aiutare la piccola e media impresa cercando di dare più forza economica a quell’attuale ceto-medio che sta pian piano proletarizzandosi (strozzato dalle alte tasse che oggi i commercianti e liberi professionisti debbono pagare) e al tempo stesso aiutare anche quelle grandi imprese che hanno voglia di investire capitale economico nella qualità della mano d’opera italiana. Una economia più a misura d’uomo potrebbe essere sintetizzata nel concetto teorizzato da Mazzini di “Capitale e Lavoro nelle stesse mani”, sarebbe foriera di una maggiore moralità e socialità delle masse popolari, e renderebbe più equa la distribuzione delle risorse del nostro pianeta, perché in una economia dove “tutti lavorano per tutti” non sarebbe necessario ricorrere agli eccessi del consumismo per vivere fraternamente ed in armonia.

Come afferma Giulio Tremonti – nel suo saggio La paura e la speranza
viviamo nell’era del “mercatismo”, deviazione del già malato liberismo.

Abbiamo i telefonini ma non abbiamo più i bambini. Rispetto al vecchio mondo come era prima della globalizzazione, abbiamo certo un po’ più di cose materiali, ma stiamo facendo sì che l’uomo perda la sua spiritualità interiore.

Il mercatismo è astuto e calcolatore, ha creato una nuova società basata sul “mercato” e sugli “interessi”, su “desideri” proiettabili senza limiti, anziché sulle “idee”, non più capaci di attrarre e dunque non più capaci di creare moda e relativi guadagni. Con i nostri negozi pieni di merci generosamente prodotte in Asia a basso costo; con gli immigrati chiamati a fare al nostro posto i lavori più duri o più sporchi o tutti e due insieme, naturalmente sempre a più basso costo; con il vecchio posto di lavoro “fisso” sostituito, e perciò più stimolante secondo la logica liberista, con il posto di lavoro “rotativo”; con lo stato sociale sostituito dallo Stato Sociale “competitivo”; con il denaro reso disponibile su scala quasi illimitata e quasi gratuita dalla nuova “tecno-finanza”.

Viviamo un’era che sta assumendo i caratteri di un “colonialismo” di seconda generazione, di tipo nuovo, benevolo e perciò politicamente corretto, un colonialismo al contrario. Stiamo barattando la qualità con la quantità, stiamo firmando consapevolmente una cambiale mefistotelica con il “dio mercato” e ne siamo anche dannatamente contenti. Causa di questa crisi è anche quella politica, poiché la classe dirigente, non più preparata politicamente, ha fatto sì che l’economia reale venisse assorbita e surclassata dalla finanza internazionale.

Qualche decennio fa grande ruolo nella società rivestivano i partiti, i quali riuscivano a coadiuvare gli interessi economico-finanziari con quelli sociali. Sono in molti ad affermare che la crisi politica in Italia sia nata con la dissoluzione dei partiti. Questi, nel bene e nel male, avevano un ruolo fondamentale nella scelta della classe dirigente, nel preparare politicamente coloro che sarebbero dovuti diventare i massimi dirigenti nazionali dei rispettivi partiti, membri del Governo o Parlamentari della Repubblica. A causa di tangentopoli e con la contemporanea fine dei partiti si è instaurata nella mentalità dell’elettore il fatto che siano meglio i tecnici di professione al governo della Nazione, piuttosto che i politici di professione, i quali avevano una preparazione politica e non tecnica. I politologi e i giuristi trovano grave il fatto che ormai i parlamentari che seggono alla Camera e al Senato non rappresentino né i loro partiti e né tantomeno sé stessi, ma sono divenuti degli schiaccia bottoni di ciò che viene decretato dal Capo del Partito. Fino a qualche mese fa abbiamo avuto la fortuna di avere al Governo della Nazione Paolo Savona, come Ministro alle Politiche Europee, divenuto Presidente della Consob. Questi è stato un ministro non meramente tecnico, un economista politico, un uomo che comunque la si pensi politicamente, per la sua storia professionale (e perché no, anche politica), essendo stato al fianco per tantissimi anni di Ugo La Malfa, Segretario del Partito Repubblicano Italiano ed importante cultore dell’economia nell’Italia della prima repubblica, meriterebbe di avere un seggio in parlamento. Nel momento in cui persone tanto preparate politicamente siedono dietro i banchi del Governo da Ministri tecnici e non parlamentari è lì che vi è la più alta espressione della crisi della politica e dei partiti. Sta a significare che questi, volutamente, non hanno intenzione di inserire all’interno delle loro liste persone particolarmente qualificate, poiché per le loro competenze tecniche e politiche, sarebbero mal disposti a cedere ai diktat imposti dai vertici del Partito.

Tuttavia con tangentopoli si è fatto in modo che venisse spazzata via un’intera classe dirigente. L’inchiesta di mani pulite, motivo della crisi e della distruzione dei partiti, è anche rea di aver reso l’Italia una nazione di giustizialisti. Ciò è particolarmente grave poiché si è insegnato agli uomini a giudicare, mettendo in discussione un principio fondamentale del cristianesimo: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» dal vangelo secondo Luca; principio che vuole garantire la serena convivenza tra tutti gli uomini, nella piena consapevolezza che ciascuno di noi non sia esente da difetti. Indipendentemente dalla credenza dei molti o dei pochi, Benedetto Croce, grande laico e filosofo italiano affermava: “Non possiamo non definirci cristiani”.

Molti sono i giuristi che desidererebbero svolgere e assistere a processi celebrati nelle aule giudiziarie anziché fuori di esse, poiché la Dea della Giustizia solo in questo luogo ha il suo palcoscenico. Gli imputati non sono sottoposti al solo giudizio delle Corti, ma anche a quello dell’opinione pubblica su di una presunzione di colpevolezza, esposti alla gogna in pieno stile medievale. Tutto ciò è palesemente contrario al principio di cui all’articolo 27.2 della nostra Carta Costituzionale: «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». In questo si va a ledere inevitabilmente la dignità della persona, negando la presunzione di non colpevolezza. La crisi della politica e dei partiti sta trascinando con sé anche quella della giurisprudenza, essendo la politica, per mezzo delle camere e del governo, la prima fonte del diritto. Emblema di questa crisi è la probabile riforma della giustiza, propagandata dal Guardasigilli (si spera ancora per poco) della Repubblica, l’Onorevole Alfonso Bonafede.

Non è possibile pensare di attuare una riforma che vada a eliminare la prescrizione nell’ambito del processo penale dopo la sentenza di primo grado. Dalla gran parte dei fori si reputa impensabile che un uomo possa essere “imputato a vita” dopo la sentenza di primo grado, la quale nel migliore dei casi arriverà dopo un tempo biblico, data la lentezza dei processi. Va fatta una riforma seria, ma questa non va fatta sulla pelle degli imputati. Vero è che molti possano risultare colpevoli secondo la verità giudiziaria del primo grado, ma è altrettanto vero che spesso, al termine dell’iter processuale, molti risulteranno innocenti. La prescrizione è un istituto giuridico che ha valenza sia nell’ambito del civile e sia nel penale, riguarda gli effetti giuridici del trascorrere del tempo. Inerente al Diritto Civile: la prescrizione interviene per dare la certezza ai diritti che rientrano nella sfera giuridica di un individuo, come il diritto di proprietà, cd. “Reali”; oppure che vi rientrino per accadimenti giuridici, come nel caso del rapporto di “responsabilità”, cd. “risarcimenti danni”. Nell’ambito del civile quella che si prescrive è l’azione a salvaguardia di questi diritti, ma una volta esercitata l’onere dell’azione giudiziaria il diritto che si invoca diviene imprescrittibile. Nell’ambito del penale il diritto e il dovere dello Stato di punire chi si sia reso colpevole di un fatto penalmente rilevante, deve essere esercitato in un determinato lasso di tempo, passato il quale la punizione non ha quell’efficacia che dovrebbe avere.
Questo perché il grande tempo passato dalla consumazione del reato finisce per affievolire la coscienza del delitto, fino ad estinguerla.

Non possiamo non evidenziare che una prescrizione, per come la vuole l’attuale Guardasigilli, portata all’infinito, andrebbe a svilire la futura condanna definitiva che potrebbe essere inflitta ad imputati che oramai, per il grande lasso di tempo trascorso dalla consumazione del fatto reato, potrebbero non essere più sottoposti alla misura afflittiva delle carceri ( La Cassazione: «Non si va in carcere dai 70 anni in poi, sempre che non si sia soggetti pericolosi»). Pertanto gli attuali giuristi trovano gravissimo il sol pensare che si possa attuare una riforma della giustizia che non salvaguardi la dignità dell’essere umano andando a far sì che vada a scemare la funzione fondamentale della pena, che ha il fine della rieducazione del condannato per il suo reinserimento nel mondo sociale. Piuttosto che attuare una riforma a costo zero bisognerebbe investire seriamente nella giustizia, per fare in modo che i processi non siano soggetti a continui rinvii e che si svolgano in non più di sette o otto anni, in osservanza, peraltro, anche del primo e del terzo comma dell’art.111 della Costituzione: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. La legge ne assicura la ragionevole durata».

Non sappiamo se, quando, e in che modo questa situazione di crisi generale terminerà, non essendo noi né esecutivo e né legislatore, ma sta di fatto che l’unica soluzione è quella di attivarsi in politica, qualsiasi sia l’orientamento e le relative opinioni di ognuno di noi, affinché la società possa cambiare e questa perpetua crisi terminare. Compito del Partito Repubblicano Italiano sarà quello di rappresentare il popolo italiano ed europeo nella sua interezza, riprendendo quei valori di sinistra (capitale e lavoro nelle stesse mani) e tradizionali (Dio, Patria, Popolo e Famiglia), Mazzini docet ne I doveri dell’uomo. Tuttavia importante sarà il fine di voler costruire quell’Europa dei Popoli ben distinta da quell’attuale UE governata dall’asse Franco-Tedesco, riprendendo l’ordine del giorno approvato dal XLIX (49) Congresso del Nazionale del Partito Repubblicano Italiano:

«Il Partito Repubblicano Italiano si impegna a lottare per la libertà e l’autodeterminazione dei Popoli, contro ogni forma di razzismo e schiavitù, siano essi biologici, sociali, culturali, tecnologici o finanziari. Difende l’Italia come centro d’Europa e l’Europa dei Popoli come centro del mondo. Propugna e sostiene il primato della Politica sulla finanza, della giustizia sociale sull’utilitarismo e della teorica dei doveri sulla teorica dei diritti. In politica estera sostiene e alimenta una visione multipolare, per la libertà e la pace del Mondo, nel rispetto della diversità e molteplicità delle varie Tradizioni».

L’Europa dovrà rappresentare “il centro del mondo” perché solo con la “reale” rinascita dell’Europa, del Medio-Oriente e con la volontà di “reali iniziati” ad una “reale” aristocrazia dello Spirito l’Umanità (tanto citata da Mazzini) tutta potrà salvarsi. Tuttavia contro chi auspica l’abbattimento di taluni pseudo regimi, così decantati dal mainstream, dovrebbe intervenire il nostro cuore risorgimentale e garibaldino, ecco una frase di Garibaldi detta a Vittorio Emanuele II dopo una seduta al Parlamento del Regno d’Italia:

«Le guerre di indipendenza le devono vincere i popoli, non gli eserciti alleati, altrimenti tali popoli saranno sottomessi a quel tale esercito»

Dalla parte di Dio e dalla Parte dei Popoli, nel segno di Mazzini e Garibaldi compito nostro sarà quello di gridare: Dio e Popolo.