Il Mediterraneo come spazio originario di convivenza

«La frattura tra individuo e comunità, il risveglio dei nazionalismi, il fondamentalismo religioso che segnano così profondamente il nostro tempo sono, a nostro avviso, il risultato dell’esacerbamento secolare di […] divisioni e differenziazioni». Così Antonio Cecere nell’introduzione a Lumi sul Mediterraneo (Jouvence), una serie di riflessioni attorno al pensiero del filosofo tunisino Fathi Triki, ci dà modo di contestualizzare le considerazioni di Corrado De Rinaldis Saponaro, segretario nazionale del PRI. Oggi non si ammette, anzi: si teme, la differenza, lo scarto e la diversità. Ed è questa la chiave di lettura dei discorsi che facevamo. La sfida di Cecere (con Mario Reale, Bruno Montanari, Paolo Quintili, Gianfranco Macrì e Domenico Bilotti) è quella di “riaffermare il Mediterraneo come paradigma genealogico di una possibilità del vivere-insieme”.

«Tanto storicamente quanto geograficamente, infatti, il Mediterraneo nasce come uno spazio comune, un “crocevia antichissimo” in cui “da millenni tutto confluisce, complicandone e arricchendone la storia”. Anche quello che oggi chiamiamo orgogliosamente “paesaggio mediterraneo” si è costituito nel tempo grazie ai continui scambi tra popolazioni e culture lontane: dell’infinita varietà di piante che potremmo credere autoctone, solo l’ulivo, la vite e il grano lo sono, mentre arance, limoni e mandarini provengono dall’Estremo Oriente, aloe e fichi d’india dall’America, i cipressi dall’antica Persia. Nonostante ciò, questi elementi sono diventati parte integrante del nostro territorio: “Una riviera senza aranci, una Toscana senza cipressi, il cesto di un ambulante senza peperoncini […] che cosa può esservi di più inconcepibile, oggi, per noi?”. In questo senso, il Mediterraneo è “un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un’unità originale”, in cui il non-autoctono viene assorbito e poi riconosciuto, con tempi più o meno lunghi, come proprio».

«Dove inizia la fine del mare? O addirittura: cosa diciamo quando diciamo: mare? Diciamo l’immenso mostro capace di divorarsi qualsiasi cosa, o quell’onda che ci schiuma intorno ai piedi? L’acqua che puoi tenere nel cavo della mano o l’abisso che nessuno può vedere? Diciamo tutto in una parola sola o in un sola parola tutto nascondiamo?» (Alessandro Baricco)

ll Mediterraneo diventa così una nuova socialità pre-politca e pre-giuridica, cioè non organizzato in un nessun potere, ma costituito in relazioni, in scambi. Uno stare assieme che si autocostituisce per dirla altrimenti. Uno spazio comune fatto in lingue diverse, con documenti diversi, eppure questo non ha frenato la voglia di tradurre e confrontarsi, adattando alla propria cultura contributi di altre culture, una rete di sapere condiviso per necessità contabili, preghiere, regole del vivere comune. La Cultura si trasforma, si adatta ai costumi di un popolo e si trasmette. Lo Spirito non ha geografie, non ha confini, ognuno lo racconta come può ma lui è “l’origine della coscienza collettiva stratificata” che non si fissa in una cultura sola perché una cultura lo può al massimo ‘esprimere’, ‘rappresentare’, non certo ‘determinare’ una volta per tutte. Una visione che abbiamo perso, anche nella nostra esegesi del reale, perché difficilmente noi ammettiamo le culture come differenti espressioni di un unico Spirito, ma intendiamo una cultura, in genere la nostra, come l’unica depositaria di saggezza e bellezza e, quando va bene, ‘tolleriamo’ che altre culture possano esistere.

Abbiamo intervistato Antonio Cecere, che tra l’altro è l’anima di Filosofia in Movimento, gruppo di studiosi, maturi e più giovani, in prevalenza accademici ma anche liberamente attivi, che, nel segno centrale e riassuntivo di “Filosofia”, compiono opera di ricerca in alcune delle sue molteplici e varie specificazioni, soprattutto riguardo all’ambito antropologico e storico-sociale, assecondandone il trapasso dall’una alle altre, seguendone le aperte configurazioni, evoluzioni e costanti trasformazioni (“in movimento”, appunto).

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