Il contagio dell’antidemocrazia

Uno strano virus sembra aver colpito alcuni leader politici della nostra cara Europa. È un virus che porta il malato alla perdita della memoria storica e all’oblio della più bella conquista della storia europea: la democrazia rappresentativa.
Il problema è che i malati in questo caso sono persone che ricoprono ruoli di potere e manifestano come pericoloso sintomo della loro dimenticanza la volontà di schiacciare gli strumenti consolidati di rappresentanza parlamentare, utilizzandoli in modo disinvolto in nome di una superiore e personale convinzione di essere depositari della verità e del bene del popolo. Ma secoli di storia hanno insegnato come nessun singolo sia depositario di tale illuminazione e come l’unica possibilità di rappresentare il benessere collettivo sia quello del dibattito e del confronto politico tra maggioranze e minoranze.
Riepiloghiamo rapidamente i fatti di quanto sta accadendo al faro della democrazia parlamentare: il Regno Unito.
Il premier Boris Johnson ha chiesto alla Regina la sospensione delle attività Parlamentari applicando l’istituto della prorogation, che rappresenta una routine fra una sessione del Parlamento e la successiva. La “proroguing” è una prerogativa della Regina che, per consuetudine, la accoglie (e stavolta lo ha dovuto fare con non poco imbarazzo). Ma in genere questa “sospensione” delle attività parlamentari ha una durata di non oltre due settimane, Johnson invece ha richiesto ben 5 settimane, dal 10 settembre al 14 ottobre, quando la Regina riaprirà i lavori leggendo il discorso scritto dal governo.
E il 31 ottobre, a pochissimi giorni dalla ripresa, c’è una data a dir poco drammatica per il Regno Unito, la scadenza ufficiale della Brexit con o senza accordo.
Considerato che dopo la pausa estiva i parlamentari riprendono le attività il 3 settembre, i deputati possono lavorare pochissimi giorni per discutere il tema scottante del No Deal, l’uscita dalla Ue senza accordo.
Il tentativo che Johnson ha messo in atto con questa manovra è quindi palesemente quello di forzare la mano per ostacolare le opposizioni e i suoi avversari contro il No Deal. In cambio, come avviene spesso in questi casi ormai troppo ricorrenti, il premier promette la realizzazione di immaginifici programmi con fortissimi sostegni di spesa pubblica alle scuole, alla sanità e alla polizia, abbastanza improbabili in un’economia britannica che rischia di essere messa in ginocchio da una Brexit forzata.
Riusciranno i parlamentari a discutere la legge contro il No Deal in tempi così ristretti? In tale situazione anomala si è già gridato al golpe, all’oltraggio costituzionale (come detto dallo speaker del Parlamento John Bercow), le piazze si sono riempite annunciando proteste, circa un milione di firme contro la sospensione sono state raccolte (non hanno peso formale ma sono pur sempre significative), Jeremy Corbyn ha chiesto un incontro urgente alla Regina per contrastare la deriva antidemocratica, la leader conservatrice scozzese si è dimessa, è stato annunciato il ricorso ai tribunali, si prospetta la sfiducia.
In sostanza, il popolo di chi vuole rispettare il funzionamento delle istituzioni democratiche sta chiamando a raccolta le proprie forze e sta affilando le armi.
Ricordiamoci che il referendum sulla Brexit, che avuto la partecipazione del 72,21% degli elettori, si è concluso con un voto favorevole all’uscita dalla UE del 51,89% dei votanti contro il 48,11% favorevole alla permanenza nell’UE. Il distacco, riflettendoci, non è così netto, cioè 17.410.742 votanti contro 16.141.241 che, sebbene in minoranza, sono un numero consistente, con le potenzialità di innescare una reazione forte.
Ma cos’è che può far compiere ad una persona che ricopre un ruolo politico così importante un tale peccato di hybris? Vanità? Presunzione? Bramosia di potere? Appoggio di poteri paralleli anche internazionali (Trump!)? Interessi sconosciuti?
Johnson ha davvero perso la testa? Anche se non esattamente come Carlo I che, nel 1628, con un discorso di prorogation, sciolse il Parlamento che non gli concedeva i soldi per la guerra contro la Spagna dando avvio ad un ventennio di guerra civile, fino alla sua decapitazione nel 1649.
Rassicurato proprio dagli strumenti di diritto che lui maneggia con indelicatezza, Johnson ha deciso di giocarsi tutto convinto di avere varie opportunità, impedire che le forze parlamentari europeiste si compattino nel Parlamento britannico, scompigliare l’Ue nel Consiglio europeo del 17 ottobre, oppure andare al voto con il consenso dato dalle sue promesse illusorie.
Ma nella sua vanagloriosa ambizione, Johnson ha dimenticato che contro la sua pericolosa malattia, il grande paese d’Inghilterra e l’Europa tutta hanno sviluppato gli anticorpi della democrazia e della libertà costati secoli di lotte, morti, ingiustizie. Queste non si cancellano facilmente e daranno filo da torcere a tale individuo dai modi disordinati e pasticcioni.
La posta in gioco è altissima: la questione irlandese, l’economia britannica, il valore della sterlina, le relazioni politiche e commerciali con l’Europa e, sopra tutti e tutto, la vita dei cittadini che rischiano di essere falciati via nelle loro sicurezze.
Anche in Italia abbiamo di recente dovuto affrontare la stessa malattia conclusasi con un maldestro quanto sciocco suicidio e, nonostante le contraddizioni e le difficoltà, i rischi peggiori sono stati superati. La politica rappresenta talvolta un gioco duro, ma un gioco deve rispettare le sue regole e soprattutto non si gioca sul benessere della persone. Siamo in Europa e abbiamo fiducia che la nostra storia e la nostra cultura abbiano la meglio.

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