Giovanni Spadolini: la fede nell’Italia e nell’Europa

Studiando i dati delle rilevazioni e dei sondaggi, nel tempo fatti in tutti i Paesi europei, Luca Ricolfi ha osservato che “se il primo decennio dell’Unione Europea (dal 1979 a 1989) è stato un periodo di consenso crescente alle istituzioni comunitarie, i 25 anni successivi, pur fra qualche oscillazione, sono stati anni di crescita dei sentimenti antieuropei, soprattutto nelle loro espressioni e varianti di destra”. Chiosa Davide Giacalone in uno dei suoi ultimi libri (Viva l’Europa viva, Rubbettino): «Non si tratta, quindi, di un fenomeno recente e improvviso, come il clamore degli ultimi anni può lasciare intendere, ma di lungo respiro e cova. La datazione scelta, però, suggerisce una importante chiave di lettura».

Vediamo quale. «Certo che negli ultimi 25 anni sono stati commessi degli errori, anche gravi. Ma si fa fatica a mettere a fuoco errori tali, per giunta protratti nel tempo, da innescare un simile prosciugarsi della fiducia. Aiuta, però, ricordare la vicenda nazionale. […] Dal 1948 in poi siamo sempre stati governati da partiti che, in coalizione fra di loro, raccoglievano la maggioranza assoluta dei consenti elettorali. Risultato confermato nel 1992, quando quegli stessi partiti, per l’ultima volta, comparvero sulla scheda elettorale. Due anni dopo, alle elezioni del 1994, erano scomparsi. Non solo era crollata la fiducia, ma era esploso il rifiuto, farcito di un giustizialismo di cui non ci siamo più mondati. Si può credere che questo sia il risultato di pratiche di finanziamento della politiche che deragliavano dalla regolarità, ma ho sempre fatto fatica a pensare che tale fenomeno […] fosse anche la vera sostanza di quel che accadeva».

«La colpa di quella classe politica […] consiste nel non avere capito il significato profondo e storico del 1989. Del successivo crollo sovietico e di come questo avrebbe cambiato il terreno stesso su cui si giocava la partita politica. Un mondo più aperto, quindi migliore, non aveva più bisogno di pagare i prezzi delle chiusure. […] Il mondo si apriva e consentiva nuovi mercati, mostrando la possibilità di nuove ricchezze. […] L’Europa occidentale è stata colta di sorpresa, quel che è successo non solo non era stato previsto, ma a lungo escluso. […] L’euforia iniziale ha subito dopo generato delle diffidenze, mentre l’esultanza (più che giustificata) degli europei dell’est ha creato superficiale solidarietà, ma anche inquietudine. Durante il referendum francese del 2005 il “nemico” da arginare e tenere fuori dalla porta di casa non erano gli emigranti che arrivavano con i barconi, le masse africane che s’apprestavano a premere sempre più fortemente, ma i polacchi. La figura, mitica e incredibile, dell’idraulico polacco, candidato a togliere pane e lavoro agli idraulici francesi, campeggiava sui manifesti dell’allora già presente antieuropeismo. E già allora era chiaro il micidiale fraitendimento: contava più la rendita dei pochi idraulici francesi del problema posto ai loro connazionali dai ben più numerosi rubinetti gocciolanti».

«Fino a quando gli europei dell’est erano confinati dietro la cortina di ferro, tenuti sotto l’oppressione di dittature produttrici di miseria, era facile portare loro una generica e ideologica solidarietà. In quella condizione erano competitori solo in qualche Olimpiade, non certo nel mercato dei beni e dei servizi. Era l’epoca in cui qualche bellimbusto nostrano si sentiva Rodolfo Valentino mettendo in valigia calze di nylon da regalare alle fanciulle bionde di quelle terre distanti. Dopo il crollo sovietico quelle terre si sono avvicinate. Le calze hanno cominciato a produrle, insieme a tante altre cose. Per i più benestanti era bello viaggiare senza più dogane, per i più giovani era normale sentirsi cittadini dell’intero continente, ma per altri significava avere nuova concorrenza: l’idraulico, la badante, poi anche leggi fiscali più attraenti, norme amministrative meno ossessive, permessi più facili, imprese che delocalizzavano. Invece di considerare che tutto questo dimostrava quanto la chiusura di prima avesse consentito il crescere di arretratezze, non considerate tali fin quando gli “altri” erano assai più arretrati, in molti è scattata l’idea, forse non precisa, forse non messa a fuoco, ma sempre più prepotente, che ci fosse stata una fregatura. Che erano venuti a prendersi quel che era nostro».

Di Europa Davide Giacalone parlerà venerdì alle 16.30 al Museo Cambellotti di Latina (con il Patrocinio del Comune), nel corso del convegno organizzato da L’Iniziativa Repubblicana con l’Istituto di studi federalisti «Altiero Spinelli» Giovanni Spadolini: uomo delle istituzioni. La fede nell’Italia e nell’Europa. Con lui ci saranno anche Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Spadolini-Nuova Antologia e Mario Leone, vice-direttore dell’Istituto e i saluti istituzionali del sindaco Damiano Coletta, dell’assessore Silvio Di Francia e del presidente della Provincia Carlo Medici.

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