Cambiare tutto, per lasciare tutto com’è

Sicurezza sociale, investimenti, crescita, sviluppo, innovazione. Sono queste le parole chiave del nostro tempo. Manca però una visione complessiva. Le continue emergenze obbligano ad interventi tampone, senza una strategia, senza una seria programmazione. Così, Pd e 5 Stelle non stanno individuando un nucleo attorno a cui avviare un percorso di condivisione di largo respiro, ma confrontando scampoli di programmi, un copia incolla che ripete in forma diversa, come ha ricordato oggi Giorgio La Malfa su Il Mattino, l’equivoco del “Contratto di governo”:

L’emergenza però dovrebbe essere una, quella di ragionare intorno a un capitalismo “migliore”. Che è poi una correzione ‘repubblicana’. Non accettare che la politica sia sottomissione a regole che rendono i più deboli schiavi e i più forti spietati. Già Mazzini criticava Adam Smith che ne La ricchezza delle nazioni (1776) teorizzò la “mano invisibile”. Vale a dire: se io perseguo i miei interessi sono guidato da “una mano invisibile a perseguire un fine che non rientra nelle mie intenzioni immediate”. Cioè cercando il mio interesse privato, io promuovo inconsapevolmente quello pubblico. Il Premio Nobel Joseph Stigliz sostenne la scientificità dell’intuizione. In realtà, pur non essendo stata riprodotta in laboratorio con criteri epistemologici, due economisti Kenneth Arrow e Gerard Debreu, riuscirono nel 1954 a dimostrare l’esistenza di un certo equilibrio tra domanda e offerta, in un’economia libera e competitiva. Ma Stigliz avverte che è un caso limite. Non si può escludere la sua presenza ma è una situazione che si può verificare solo se sono soddisfatte tot variabili economiche e relative al comportamento dei consumatori. Mica dettagli.

«Quando l’economia si risana, tutto il resto si ammala» (Arthur Bloch)

Joseph Stigliz e Sandy Grossman studiarono la questione negli anni Settanta e alla fine pubblicarono uno documento in cui lo misero nero su bianco. Sì, la mano invisibile di Adam Smith può davvero esistere in linea teorica, ma di fatto è impossibile che agisca davvero all’interno di un’economia competitiva. Si intendeva sgonfiare non tanto Smith quanto Milton Friedman, la figura più autorevole della cosiddetta Scuola di Chicago. Se un’impresa esiste per dare utili agli azionisti, questo non implica che altri ne godano automaticamente benefici, siano essi dipendenti o consumatori.

Giorgio La Malfa da anni predica un ritorno a John Maynard Keynes, e da qualche settimana è uscito un Meridiano Mondadori a sua cura, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Il punto di vista nelle teorie keynesiane non è quello degli investitori, ma quello dell’intera società. Una società atomizzata dove ogni singolo persegue egoisticamente il proprio interesse è un orizzonte che apre all’inautenticità e al dominio della tecnica.

Sulla situazione politica e sulle proposte del tavolo tecnico tra Pd e 5S abbiamo sentito Saverio Collura, membro della direzione nazionale del PRI.

Ascolta l’intervista
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