La sfera sul piano e la crisi politica di ferragosto

Ci sediamo intorno a un tavolo? Ne vogliamo parlare? Si potrebbe dare l’incarico di formare il nuovo Governo a una figura terza, ma rappresentativa, autorevole e capace di unire le diversità. L’ho scritto e detto in tempi non sospetti, sostenendo l’idea politica che ho definito come “la sfera sul piano”.

Molto dipenderà dalle scelte di Silvio Berlusconi e di Forza Italia. Potrebbe essere, quindi, l’Altra Italia a riprendere la mia proposta e lanciare l’idea di un Governo politico, di legislatura, riformatore, costituente, di altissimo profilo. E così, mentre tutti sparigliano, l’Altra Italia potrebbe apparigliare.
Perché scrivo questo?

Semplice: perché l’articolo di Adelmo Di Paolo, incentrato sulla crisi di Governo, letto qui sulle pagine de L’Iniziativa repubblicana, mi ha stimolato un’ulteriore riflessione e mi ha spinto a scrivere queste considerazioni per onorare il dialogo offerto dallo spazio giornalistico della interessante testata repubblicana.
Insieme ad un gruppo di Corsari della Libertà, cioè di liberali e libertari della politica, oltre un anno fa, ho lanciato una proposta per uscire dalla crisi politica che stiamo vivendo da troppo tempo. Si tratta di una soluzione avanzata già all’inizio di maggio del 2018 e che ho illustrato proprio qui anche grazie ad un’intervista audio e alla disponibilità di Mauro Cascio. La proposta dei Corsari è ritornata al centro del dibattito politico nazionale. Ne siamo felici.
Facciamo – allora – un salto in avanti, ma ripartiamo da un riferimento storico. Infatti, è utile ricordare che, al termine del secondo conflitto bellico mondiale, vi erano in Italia tre poli politici, come oggi. L’assetto politico era tripolare, come nell’attuale Parlamento. All’epoca, cioè nel 1946, se ci pensiamo bene, vi era il polo delle forze pre-fasciste (liberali, repubblicani, socialisti e, aggiungerei anche, il Partito d’Azione), vi era il polo rappresentato dai Cattolici (con la Dc) e, infine, vi era un terzo polo identificabile con i Comunisti. Ebbene, tutti e tre questi poli si misero insieme per risollevare il Belpaese dalle macerie. Perché misero da parte gli interessi di bottega e agirono per l’interesse generale del popolo piegato da venti anni di dittatura e dalla guerra. Inoltre, l’Italia di allora, era una nazione spaccata in due: da una parte il Meridione, dall’altra il centro nord. Come oggi.
Gli elettori, nelle elezioni del 4 Marzo dell’anno scorso, hanno chiesto di voltare pagina. A questa richiesta si deve porre la massima attenzione. Non si può liquidare semplicemente dicendo: l’esperienza del governo giallo-verde è stata fallimentare, quindi torniamo a votare. Sarebbe l’ennesima ammissione d’incapacità da parte degli attuali partiti o movimenti che dir si voglia. È necessario, invece, dare una risposta seria, convincente, precisa alla domanda degli elettori.
Ecco, questo è il punto: ora, in Parlamento, tutte le forze politiche sedute nel Palazzo dovrebbero garantire un Esecutivo politico di tutti, come nel 1946, assumendosi la piena responsabilità politica e occupandosi dei tanti problemi che attanagliano la nostra Penisola: crisi economica, disoccupazione, giustizia, immigrazione, ambiente, precarietà lavorativa, scuola, povertà, dissesto idrogeologico, criminalità… oltre che dare vita alla riforma della legge elettorale in coerenza con un assetto istituzionale moderno, democratico e liberale. Insomma, serve un Governo politico con dentro tutte le diverse forze in campo, quelle che si rendono disponibili. Come fecero De Gasperi, La Malfa, Togliatti e Nenni subito dopo la seconda guerra mondiale. La crisi che stiamo vivendo è assai più profonda di quanto possa sembrare. È una crisi culturale che si ripercuote anche sul singolo individuo e sul nostro essere “animali socievoli”, cioè ricade sul linguaggio, a cominciare da quello politico che, a quanto pare, si è svuotato di significato e ha perso qualsiasi credibilità.
L’urgenza, perciò, almeno se si guardano e si ascoltano gli attuali dibattiti televisivi, sembra essere quella di porre rimedio a uno svuotamento di senso della politica e delle parole, a una perdita di significato dei termini, a uno scadimento delle cose che si dicono e si negano, poi si riaffermano e si rinnegano. Ma non è tanto una questione di coerenza perché la politica, nel senso liberale e democratico del vocabolo, vive di felici contraddizioni, di apparenti incoerenze, di fertili cambiamenti. Stavolta il problema è che la parola ha perso di senso, è utilizzata come si utilizzano le scatole vuote, è spesso un’eco di suoni insignificanti, siamo davvero allo schiamazzo o al riecheggio mediatico.
Per uscire dalla crisi sarà necessario, prima o poi, meglio se prima, individuare un terreno politico comune, pur nelle diversità e nelle distinzioni, pur nel contraddittorio e nella discussione, individuare cioè un campo altro in cui discutere e comprendersi.

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