La lezione di Benjamin Constant

Lo ricorda Mattia Feltri. Non che Benjamin Constant abbia bisogno di Feltri. Ma di questi tempi, tutto ha bisogno di tutto. Ci si aggrappa anche ad altezze medie, pur di non sprofondare.

Sono passati duecento anni, tondi tondi, li abbiamo festeggiati a febbraio, da quando pronunciò (Constant, non Feltri) un discorso di quelli che restano scolpiti per sempre nella memoria del tempo. Lo fece all’Athénée Royal di Parigi ed è uno di quei classici che ci è stato riproposto negli anni in varie edizioni, più o meno presente in tutte le librerie e più o meno presente in tutti i nostri studi: Il Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni. Quando fu letto, ricorda Feltri, “Constant e la Francia ne hanno visto di tutti i colori, hanno visto le loro illusioni e le loro utopie incupirsi nel Terrore e incancrenirsi sotto la ghigliottina, e la loro idea di progresso passare attraverso il genio ma soprattutto la spada sanguinaria di Napoleone”.

La libertà è un concetto moderno e Constant ce la spiega così: «Il diritto di ciascuno di noi di non essere sottoposto che alle leggi, di non essere né arrestato, né detenuto, né messo a morte, né maltrattato in alcun modo a causa dell’arbitrio di uno o più individui. Il diritto di ciascuno di dire la sua opinione, di scegliere la sua industria e di esercitarla, di disporre della sua proprietà e anche di abusarne; di andare, di venire senza doverne ottenere il permesso e senza render conto delle proprie intenzioni e della propria condotta. Il diritto di ciascuno di riunirsi con altri individui sia per conferire sui propri interessi, sia per professare il culto (che preferisce)… sia semplicemente per occupare le sue giornate o le sue ore nel modo più conforme alle sue inclinazioni, alle sue fantasie…». Una cerniera tra libertà individuale e vita collettiva, sconosciuta nel mondo classico e pienamente teorizzata nei Lineamenti di Filosofia del Diritto di Hegel. Una riflessione, la distinzione tra libertà positiva e libertà negativa, che ci aiuta a cogliere una differenza sostanziale tra tradizione repubblicana e tradizione liberale.

La libertà come assenza di interferenza e coercizione (anche dalla Legge, e dallo Stato) è tipica del liberalismo. La libertà come assenza di dipendenza, cioè la libertà non dalla Legge ma nella Legge è il cuore della tradizione repubblicana. Una tradizione che proprio per questo amore per la libertà antepone, vedi Mazzini, i doveri ai diritti. Torna in mente l’insistenza di un grande intellettuale come Maurizio Viroli, quando ricorda che questa tradizione di pensiero che noi amiamo da Mazzini è anche alle spalle di Mazzini: è quella della Roma repubblicana, di Machiavelli dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, della Rivoluzione francese e più tardi dei movimenti democratici dei liberalismo radicale dell’Ottocento.

«Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi» (Charles Hughes)

«Il repubblicanesimo», spiega Philip Pettit, «è una teoria che assume quale criterio ideale fondamentale il principio della libertà intesa come assenza di dominazione o assenza di dipendenza. Per dominazione o dipendenza intende la condizione dell’individuo soggetto alla volontà arbitraria di altri individui». Anche Pettit (ci insegna Viroli) sottolinea che si tratta di una teoria diversa dal liberalismo e diversa anche dal populismo e dalle dottrine democratiche radicali perché non vede nella partecipazione diretta del popolo alle deliberazioni sovrane né la medicina per tutti i mali, né la più alta forma di libertà, ma soltanto un mezzo efficace per combattere l’arbitrio. Diciamola altrimenti: per il liberale la legge è sempre una restrizione di una libertà, il repubblicano invece ha nella legge la garanzia della sua libertà e anzi solo nel dovere si può vivere la certezza di essere risparmiati dall’arbitrio e dal sopruso del più forte. Per questo è utile per un repubblicano tenere sullo sfondo lo Stato hegeliano, perché la sua struttura è composta delle libertà di tutti.

«Storicamente, il liberalismo è stato formidabile nel difendere gli individui contro le interferenze dello Stato o di altri individui» (La Stampa 1 ottobre 1997). «Molto meno nel raccogliere il lamento dei molti che devono tenere sempre gli occhi bassi o bene aperti per scrutare gli umori del potente che può in ogni momento, impunemente, costringerli a fare quello che lui vuole, dunque a servire. Quando ha voluto farlo, non ha potuto appellarsi al suo concetto di libertà perché questo non glielo consentiva, e ha dovuto prendere a prestito altri ideai, quali la giustizia, o l’eguaglianza (di qui i vari ibridi, peraltro belli: il liberalsocialismo, il liberalismo sociale, “Giustizia e libertà”). Il repubblicanesimo vuole e può farsi difensore, in nome della libertà, di chi soffre la dipendenza e la dominazione. Vuole essere la nuova utopia, dalle radici antiche, di chi ama la libertà

Annunci