Repubblicani e Liberali secondo La Malfa

[Gaetano Salvemini sostiene che] “è impossibile comprendere perché quei liberali che sono diventati repubblicani senza divenire clericaloidi e quei repubblicani che non sono diventati clericaloidi (e quali sono diventati clericaloidi domando a Salvemini?) non si raccolgono in un sol partito che si chiami liberale-repubblicano”. “Cavour e Mazzini – aggiunge argutamente il nostro – dopo essersi combattuti un secolo fa, persistono a disputarsi tuttora: più terreno perdono l’uno e l’altro, più l’uno e l’altro pretendono a un monopolio che né l’uno né l’altro possono più esercitare”. «[…] Il fondamento del pensiero e della proposta di Salvemini sta nel ritenere che il Partito repubblicano abbia un’anima liberale e che, una volta creata la Repubblica, il Partito liberale, sbarazzatosi delle sue nostalgie conservatrici e restauratrici, possa col Partito repubblicano rafforzare l’opinione e le simpatie liberali del popolo italiano. Ma tale ragionamento è viziato dall’opinione che il Partito repubblicano abbia un’anima liberale e non invece un’anima, e quindi una struttura politica organizzativa, da piccolo “partito di massa”. Dirò, anzi, che quello che contraddistingue il Partito repubblicano dai due partiti di “democrazia laica” che gli stanno a fianco, è di essere poco (assai poco) partito di “opinioni” e quindi di élites, e molto partito di “iscritti”, come è, in grande , il Partito comunista».

Come base sociale, la base sociale del Pri si è dimostrata più proletaria o, se si vuole, più contadina e artigiana, o comunale e rurale della base socialdemocratica che si è (per usare una parola di moda) maggiormente imborghesita…

«[…] Da ciò la singolare circostanza che, sia per quanto riguarda organizzazione in sé, di partito, sia per quanto riguarda organizzazioni collaterali (sindacati, movimenti giovanili, movimenti cooperativi, stampa) il Partito repubblicano è il più “partito” degli altri, anche se ciò avvenga limitatamente a determinate regioni. Se il mio amico Salvemini, per soddisfare a una curiosità di storico, volesse prendere parte a un’assemblea di repubblicani nelle zone tradizionali, si accorgerebbe che la “massa” è presente in queste assemblee con le stesse caratteristiche sociali della “massa comunista” e con caratteristiche che nessuna assemblea del Partito liberale e forse dello stesso Partito socialdemocratico presenterà mai.
D’altra parte, è difficile sostenere che il programma di idee del Partito repubblicano si possa confondere con un programma liberale. La tradizione del movimento operaio e contadino mazziniano (le cosiddette fratellanze) a forte educazione democratica, si mantiene tuttora nel Partito repubblicano e gli dà, anche ideologicamente, un profondo carattere “sociale”, anche se di una socialità che io ho chiamato premarxista. E di ciò non si può non tenere conto. […] Il Partito socialdemocratico è marxista, il Partito repubblicano è premarxista. Ma tutti e due, avendo una base “sociale” a forte educazione democratica, devono arrivare a concezioni più moderne, a quelle che io chiamo le esperienze post-marxiste del Partito laburista in Inghilterra e del Partito democratico negli Stati Uniti d’America».


«Il Partito liberale è il più lontano, tra i tre partiti, da una struttura di “massa”. Ma è ancora partito di forte influenza sulla stampa, nelle università, nella cultura, nelle alte cariche dello Stato, nella magistratura, nelle forze armate. Nella sua parte più progredita darebbe a un movimento di sinistra moderno una capacità di penetrazione che né i socialdemocratici, né i repubblicani possono esercitare da soli. Repubblicani e liberali hanno in comune la tradizione del Risorgimento, ma i liberali hanno potuto permeare di loro lo Stato, i repubblicani non l’hanno potuto fare: Cavour lavorò con la borghesia, Mazzini lavorò anche nel popolo. La parte progressiva dei liberali darebbe autorità e influenza ai socialdemocratici e ai repubblicani, ma l’organizzazione di “massa” oggi esistente in questi ultimi due partiti, e soprattutto nel Pri, sebbene ristretta ad alcune zone, non potrebbe essere trascurata, volendo organizzare un movimento moderno».
«[…] Naturalmente i pregiudizi ideologici e le “tradizioni fatte” impediscono di vedere il problema nei suoi veri termini. Vi si aggiungono le miopie dei politici democratici, che cercano le forze democratiche dove non ci sono, e trascurano di salvare soprattutto quelle “masse” che gravitano intorno ai socialdemocratici e ai repubblicani, per forte istinto democratico, e che domani finirebbero nel massimalismo nenniano o nel Partito comunista.
Il compito di chi guarda alla democrazia come problema angoscioso della vita italiana è di non perdere le sementi democratiche e socialiste risorgimentali e post-risorgimentali che ancora esistono e di costruire su di esse il partito di una più civile e moderna Italia».

Ugo La Malfa, “Masse per un partito”, “Il Mulino”, a. III, n. 2 (28) febbraio 1954

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