Il distruttore della ragione

Se avete tempo da perdere per entrare in una grande catena di librerie in qualsiasi delle principali città italiane, sugli scaffali, ancora in bella mostra, troverete “La distruzione della ragione” di Gyorgy Lukàcs, scritta in piena guerra fredda e pubblicata da Einaudi, la prima edizione, nella seconda metà degli anni 50. Fra tante grandi opere perdute del secolo scorso, questa resiste miracolosamente a rappresentare il giusto stato del livello culturale italiano. Causa il fascismo prima e la debolezza di Croce poi, la tradizione filosofica italiana è stata trascinata dall’impostazione di Lukàcs redatta in quest’opera. Salvo alcuni casi eccezionali e limitati, come nell’università di filosofia di Torino, Lukàcs ha dettato la linea guida del pensiero, se non nelle sue convinzioni, per lo meno negli studi. Gli effetti sono stati traumatici. La sua vulgata vuole Marx discepolo di Hegel, che Marx mai aveva incontrato o conosciuto, Hegel muore nel 1831, Marx aveva 13 anni. Invece, insieme a Nietzsche e Kierkergaard, Marx seguì le lezioni di Schelling a Berlino nel 1841. Lukacs ignora a bella posta questa singolare circostanza e cioè che fra i presunti distruttori della ragione siede beatamente anche il suo adorato Marx, così come non comprende il legame eccezionale fra quei giovani pensatori dell’800 che più avrebbero influenzato il secolo successivo, ovvero, essere tutti allievi di Schelling. Marx incluso, magari il meno brillante, comunque esaustivo. L’equivoco più profondo di Lukàcs è comunque un altro, la contrapposizione tra Hegel e Schelling, dove la filosofia subisce le suggestioni psicologiche di due personalità fra loro legatissime. È vero che nella prima metà dell’800 la contrapposizione era evidente, Mazzini ad esempio ammira l’opera di Hegel e disprezza quella di Schelling, per quanto non sappiamo esattamente quale profondità delle conoscenze detenesse Mazzini di questi due autori. È semplice ritenere che Mazzini avesse chiaro che Hegel era il filosofo della rottura rivoluzionaria e interpretasse Schelling come il filosofo della reazione. Agli effetti Schelling fu chiamato dal governo prussiano a Berlino per estirpare il seme del drago dell’ateismo hegeliano dall’università e questo era episodio sicuramente noto a Mazzini. Ma da qui a fare Schelling il filosofo della restaurazione, ce ne passa. Schelling balla intorno all’albero della libertà eretto da lui, Hegel e Holderlin nel giardino della scuola teologica di Tubinga nel 1789 scandalizzando tutto il corpo insegnanti. Questa sua verve rivoluzionaria lo impose all’attenzione di Goethe e Jacobi che desideravano liberarsi del nazionalismo revanscistico di quel trombone di Fichte ed andare d’accordo con le autorità francesi. Schelling salirà in cattedra a Jena in tempi estramente rapidi. La sua filosofia all’epoca, parliamo del 1804, è la stessa di Hegel, ed Hegel sebbene più vecchio di 5 anni si rivolge a lui, come l’allievo si rivolge al maestro. Schelling è più che accondiscendente con questo suo meno fortunato compagno di studi, era di bell’aspetto, cosa molto utile in società, quando Hegel era fisicamente piuttosto sgraziato e pesante. Per il resto non si sa nemmeno esattamente quanto Hegel avesse materialmente contribuito alla stesura del sistema dell’idealismo trascendentale. Che cos’è che cambia quindi fra i due sodali? Il successo. Schelling si balocca troppo con la sua idea guida, in pratica che la morte non esista, il dottor Frenkenstein fu una sua invenzione, anche se Schelling caricava di corrente solo i cadaveri delle rane. Fra un esperimento e l’altro si accorge che lo sgraziato sodale di gioventù, l’ha di colpo superato e che ridicolizza la sua idea dell’identità. Il colpo per Schelling è micidiale. Egli comprende perfattemente che Hegel ha il suo stesso pensiero, solo che lo manifesta con maggiori arzigogoli e complessità. L’identità hegeliana e quella schellinghiana non si differenziano affatto, di entrambe si potrebbe dire che sono la notte in cui tutte le vacche sono nere, ed infatti entrambi lo diranno uno dell’altro. L’unica differenza è che Hegel è più complesso, più oscuro, più poetico, più brutale, tanto che lo stesso Schelling in verità è ammirato da quella nuova esposizione dei suoi stessi concetti, destinata a schiacciarlo. Se Lukàcs avesse conosciuto le lezioni monacensi che vennero pubblicate ahinoi dieci anni dopo la sua Zertsterung, si sarebbe accorto di questa particolarità per la quale, la filosofia bollata come “negativa” di Hegel, è complementare alla filosofia considerata “positiva” di Schelling. Per l’esattezza filosofia “positiva” e “negativa”, sono la stessa filosofia, la filosofia della natura nei suoi due passaggi fondamentali. Schelling non rimprovera ad Hegel nient’alro che di credere il pensiero capace di assorbire tutta la realtà, ovvero Schelling rimprovera ad Hegel la sua stessa filosofia, perchè è lui che ha identificato contro Cartesio pensiero e realtà, soggetto ed oggetto, arte e vita. Ma Schelling accusa Hegel di aver frainteso questa sua grande filosofia ottenendo un dio morto, un Assoluto come risultato invece che come principio. Argomento che ancora si rivolge alla sua stessa filosofia, dove risultato e principio nella filosofia dell’identità, si volgono l’uno nell’altro. Che Schelling sappia di essere in malafede è ovvio. Egli commenta solo la ” Scienza della logica” hegeliana, mai la “Fenomenologia” perchè nella Fenomenologia non c’è altro che il suo stesso metodo dialettico, la filosofia della natura trattata dal suo allievo o sodale, più capace. Strana situazione quella di Schelling a Monaco perchè per quanto egli dissodi tutta la storia della filosofia moderna per discreditare Hegel egli se lo ritrova costantemente cucito addosso. Come potrebbe non essere altrimenti? Entrambi cercano un punto più solido della ragione di quello offerto da Hume, entrambi inorridiscono della soluzione kantiana, entrambi odiano il soggettivismo di Fichte, e qui il punto capitale che sfugge a Lukacs, entrambi sono interpreti innamorati della filosofia di Spinoza. È Spinoza il legame profondo fra Schelling ed Hegel. Sulla base di questa comune passione spinoziana, decade la principale accusa rivolta a Schelling, che con la sua filosofia, “irrazionale”, si sarebbe aperto al nazismo. Premesso che lo spinozismo è razionalismo allo stato più puro, Spinoza è ebreo e Schelling non ignora affatto questo elemento giudaico, anzi lo esalta. Per Schelling l’ebraismo, quali che possano esserne i difetti e le mancanze, va assimilato dalla cultura successiva, anzi di più è un’ esortazione a spingersi oltre al cristianesimo che è solo una fase, nemmeno la più profonda, della rivelazione di Dio all’uomo. Per non dire che il primo grande filosofo tedesco dell’età moderna, Leibniz, altro non fa che annacquare Spinoza. Lukàcs avrebbe dovuto chiedersi per lo meno come fosse possibile porre la filosofia spinoziana alla base di un’avventura che vuole epurare ogni residuo ebraico dalla cultura occidentale, quando Schelling pone un autore ebreo alle sue fondamenta. Vi è una questione tecnica dirimente, l’intuizione intellettuale che capovolgerebbe le basi del decorso razionale, propedeutica alla mistica. Il punto è che l’intuizione intellettuale è anche comune ad Hegel e lo si legge sempre chiaramente nella Fenomenologia, dove l’intelletto ha una parte percettiva condizionata, la stessa dell’intuizione. È la critica a Kant comune all’idealismo di cui Lukàcs non si accorge proprio. D’altra parte nelle università italiane non si studierà la Fenomenologia, ma solo la Scienza della logica o le opere successive, perchè la Fenomenologia è la lettera schellinghiana pura e semplice. Resta un solo fatto, ovvero che Schelling pativa questo non riuscire a distinguersi da Hegel e una volta a Berlino, non per compiacere il governo della restaurazione, ma il suo ego, riveste la sua “filosofia della libertà”, come filosofia della Rivelazione. La libertà sia in Hegel che in Schelling è negativa, la libertà si riferisce solo al non essere, e quindi la scelta dell’essere o del non essere è libera per Schelling. Dio era libero di non creare il mondo e scegliere il nulla piuttosto, ecco finalmente la filosofia schellinghiana che si allontana da Hegel. Un abisso dell’indecisione di dio, o del tormento di dio, che dura giusto un attimo, perchè poi dio si risolve alla creazione, torna alla logica delle cose, insomma, si rivela, mentre Schelling, ahilui si ritrova nel dualismo cartesiano combattutto per tutta la vita. E Lukàcs è li a pretendere che questo attimo, questa caduta sia sufficiente per palesare il terrorismo, il nichilismo, Stavogrin e persino Hitler. Il tragico o il comico, è che illustri professoroni, case editrici, patentati intellettuali, ancora gli credono.

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