Gimondi e la tristezza che lascia

«Felice Gimondi ha attraversato la mia infanzia e poi la mia giovinezza», dice Claudio Chioccarello, segretario organizzativo dell’unione romana del PRI che per una volta mette da parte la politica per lasciarsi andare al ricordo e alla passione sportiva.
«L’ Italia di oggi non ha memoria storica, pochi conoscono uomini come il giudice Falcone figuriamoci un atleta che magari hanno sentito le imprese dai propri padri o nonni. Era il 1965 , avevo dunque 9 anni quando incominciai a seguire le sue gesta al Tour, un trionfo, la vittoria di un debuttante nei confronti del grande Poulidor. L’ anno dopo, la Parigi Roubaix. Rivedendo ancora oggi su You Tube l’ ingresso di Gimondi al velodromo mi fa emozionare. Una maschera di fango sudore e una feroce determinazione. Nel 1967, la prima vittoria al giro d’ Italia. Per tanti, anche per me era il nuovo Coppi. Nessuno aveva pensato che invece stava per arrivare Eddy Merckx , ovvero il cannibale».

«Quanti insulti , quante parolacce ho rivolto al campione belga ad ogni sua vittoria. Di Gimondi mi sono rimaste impresse in particolare una sconfitta, nel 1971 a Mendrisio , e una vittoria nel 73 al mondiale a Barcellona, sempre con il cannibale. A Mendrisio sono in fuga loro due Gimondi e Merckx. Fianco a fianco, nessuno dei due voleva cedere il passo all’ altro. In vista del traguardo il perfido cannibale chiede al generoso Gimondi di passare in testa. La trappola era servita.
Barcellona due anni dopo, la vendetta. Sono in fuga in quattro, loro due, Martens e Ocana. Il cannibale ordina a Martens di lanciare la volata, ordine eseguito con troppa foga, il cannibale si blocca, e Gimondi sgomita con Martens. Vittoria, e che Vittoria. Tra il 74 e il 76 altre due perle, la Milano San Remo e la terza vittoria al giro. Ricordo anche quando Merckx al giro fu squalificato per una storia mai chiarita di doping. Gimondi rifiutò di indossare la maglia rosa».

«Gimondi ci ha insegnato come la prestazione sa più importante del risultato stesso. In questo mi ricorda un altro sportivo di poche parole : Zedenek Zeman. Con la sua morte, se ne va per sempre un pezzo della mia infanzia. Ciao Campione e grazie di tutto».

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