L’Educazione Civica torna nelle scuole. Si vola basso, ma meglio di niente

A settembre torna a scuola l’educazione civica. Che detta così sa un po’ vintage. Tipo ricordare i Duran Duran. Ma il Senato ha approvato il disegno di legge: 193 voti favorevoli, 38 astenuti. La legge, apprendiamo dall’Adnkronos, stabilisce che l’insegnamento trasversale dell’educazione civica è affidato, in contitolarità ai docenti dell’area storico-geografica nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, mentre nelle scuole del secondo ciclo, l’insegnamento è affidato ai docenti abilitati all’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche, ove disponibili nell’ambito dell’organico dell’autonomia. Per ciascuna classe è individuato, tra i docenti a cui è affidato l’insegnamento dell’educazione civica, un docente con compiti di coordinamento.

Le tematiche da studiare per un totale di 33 ore annuale saranno Costituzione, istituzioni dello Stato italiano e dell’Ue, storia della bandiera e dell’inno nazionale, Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, educazione alla cittadinanza digitale, elementi di diritto, educazione ambientale, sviluppo ecosostenibile, tutela del patrimonio ambientale, educazione alla legalità, educazione al rispetto del patrimonio culturale, educazione stradale, educazione alla salute, educazione alla cittadinanza attiva. Come al solito si poteva fare di più, ma uno messo alle strette si accontenta. Oltretutto in 33 ore non è che ci puoi mettere dentro tutto.

«L’educazione dovrebbe inculcare l’idea che l’umanità è una sola famiglia con interessi comuni. Che di conseguenza la collaborazione è più importante della competizione» (Bertrand Russell)

Ed ha ragione Russell: è tutto funzionale a quell’idea. Che poi è Mazzini, in realtà. L’armonico tutto del corpo sociale. L’educazione civica è stata introdotta nelle scuole italiane nel 1958 da Aldo Moro, all’epoca ministro della Pubblica Istruzione, ma dopo una necessità sempre più urgente maturata da Giolitti, prima, e poi dal primo centrosinistra di La Malfa. Dal 1979 è iniziato un lungo processo di progressivo allontanamento di questi temi dalle ore di studio: inizialmente la si studiava solo nelle scuole medie fino ad arrivare, nell’anno scolastico 1990/1991 all’eliminazione definitiva. Si tratta di educare e formare le nuove generazioni, di sottrarre spazi alla banalità e alla rabbia dei social. Riusciremo, per una volta, a combinare qualcosa? Lo abbiamo chiesto a Stefano Covello, docente di filosofia e membro della direzione dell’unione romana del PRI.

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