Autonomia, avanti ma con cautela

Quello dell’autonomia non è un tema facile da affrontare. C’è una ragnatela di distinzioni e di distinguo. Un ginepraio in cui ti perdi. L’idea sostanzialmente piace. È qualcosa che dà un’idea di libertà, rispetto ad un accentratore che soffoca. Ma è un’idea astratta. Che deve fare i conti con la concretezza del ‘però’. E il ‘però’ è che si finisca per sfasciare il Paese che già di suo tanto unito non è. E soprattutto che venga lasciato indietro il Sud.

«Il supremo frutto dell’autosufficienza è la libertà» (Epicuro)

La concessione di una maggiore autonomia alle regioni è qualcosa che prevede la Costituzione. Il terzo comma fu introdotto con la riforma della Costituzione del 2001 e riguarda il famoso titolo V. Le Regioni, con i bilanci in ordine, possono avere competenze maggiori rispetto alle regioni a statuto ordinario. L’elenco delle competenze è un po’ lungo ma sono esclusi alcuni temi, come per esempio la tutela dell’ordine pubblico, che rimane di esclusiva competenza dello Stato.

«Non allarghiamo le divisioni del Paese», dice più o meno il leader della Cgil Maurizio Landini. Favorevole con riserva anche Silvio Berlusconi. Il Pd non ha una posizione condivisa al suo interno. I parlamentari del nord sono favorevoli, quelli del sud contrari. Nicola Zingaretti, in mezzo, tenta la mediazione. Cioè collocare il tema dell’Autonomia sul piano della semplificazione. Rendere efficiente e snella la burocrazia, ma senza distruggere l’Italia. «Sulle materie che incidono sui diritti costituzionali come il welfare, la sanità, la scuola, vanno garantiti livelli minimi per tutti gli italiani a ogni latitudine», ha detto.

Si è parlato di autonomia differenziata, per la prima volta, nel 2017 quando Lombardia e Veneto hanno organizzato un referendum consultivo (e quindi non vincolante né per le regioni né per il governo). L’Emilia Romagna ha attivato le procedure dopo un voto in Consiglio Regionale. Nel luglio del 2018 il servizio studi del Senato aveva pubblicato un dossier: l’ ”autonomia differenziata” di fatto coinvolgeva già 13 regioni a statuto su 15, e 7 avevano già conferito al loro presidente l’incarico di chiedere al governo l’avvio delle trattative.

«Attendo il documento, perché, […] a oggi la Regione Veneto non ha un pezzo di carta in cui si dica quali delle sue richieste siano accettate e quali no. E solo sulla base di questo riusciremo a ragionare» – ha intanto dichiarato il presidente del Veneto Luca Zaia. «Il tema è chiaro: è in mano al Presidente del Consiglio, che deve preparare una bozza d’intesa con il ministro Stefani. Tutto il resto sono ancora solo voci, compreso il fondo perequativo. Di certo, vorremmo discutere fino in fondo sulle 23 materie, ma il tema fondamentale sono le questioni finanziarie».
Su di Maio ha poi aggiunto: «A forza di dirlo, Di Maio si è convinto che questa Autonomia sia contro il sud, cosa che non è, perché fior di accademici hanno dimostrato che è un’opportunità, ed è vergognoso quindi dirlo. Dispiace, quindi, vedere che organizzi un gruppo di lavoro con l’Università di Napoli per dimostrare che è una farsa. Ben venga uno studio, ma implementerei il gruppo di lavoro con accademici veneti, lombardi ed emiliani. Certo che una proposta così, a 650 giorni dal referendum, è una novità riprovevole, solo per buttare tutto all’aria».

Ma cosa ne pensa il Partito Repubblicano? L’autonomia differenziata è la secessione dei ricchi? Lo abbiamo chiesto al segretario nazionale, Corrado De Rinaldis Saponaro.

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