Robinson Crusoe e la produzione industriale

Robinson Crusoe lo abbiamo letto tutti. Roberto Fini ci racconta una cosa importante, per capire come funziona l’economia. Robison sta in un’isola deserta. E deve in qualche modo provvedere alla sua sopravvivenza. Decide allora di darsi alla pesca. Ora, darsi alla pesca esclude ipso facto altre attività. Pescare tutto il giorno esclude cioè la possibilità di andare a caccia o di raccogliere noci di cocco. «Su che basi sceglierà? In tutta evidenza sulla base ci ciò che gli dà la massima soddisfazione! Il che equivale a dire che Robinson, almeno in quel momento, preferisce il pesce alla cacciagione o alle noci di cocco: la scelta ricade su quello che gli fornisce la massima soddisfazione a parità di ogni altro fattore».

Gli economisti spesso ragionano proprio così. Gli individui “agiscono secondo criteri di razionalità, cercando di massimizzare il proprio benessere”. Spieghiamola meglio. L’ homo oeconomicus, cioè Robinson, cerca di nutrirsi con il cibo che gli piace di più (o che gli fornisce maggiori proteine, o che semplicemente gli risulta più facile da procurare). Sarà questa valutazione iniziale che lo orienterà nella scelta. Questo ‘agire razionale’ è la pietra d’angolo dell’edificio dell’economia. «L’homo oeconomicus è un gelido egoista, mette in fila i suoi bisogni con fredda razionalità, conosce perfettamente la realtà che lo circonda e dunque non compie alcun errore di valutazione».

È un modello astratto. E più volte è stato criticato. In sostanza si dice che questo modello non tiene conto delle infinite sfumature emozionali di un uomo reale. Perché siamo nel mercato, vero, ma agiamo anche secondo altri impulsi che la scienza economica non considera. Sono i nostri desideri che ci spingono, l’amore, il desiderio dell’hegeliano Riconoscimento, mentre ci frena la paura. Un mondo competitivo dove una rete di istinti ci pone di necessità e che è difficile tipicizzare, ridurre a formule, numeri. Non solo John Maynard Keynes, ma anche Thorsein Veblen e Herbert Simon dicono che la parte da leone la fa l’incertezza.

«Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa» (Gregg Easterbrook)

L’homo oeconomicus tende a strutturare il suo egoismo privato, e il suo interesse da massimizzare, con la cooperazione di altri suoi pari. La più piccola forma di organizzazione è, lo dice il nome, la PMI, la Piccola e Media Impresa, così diffusa e capillare, almeno in Italia, da ricoprire, lo dice l’Ocse, l’80% dell’occupazione. È la spina dorsale dell’economia. È la produzione industriale invece – in genere orientata alle materie prime e alle energie, e comprendente qualcosa come 450 tipologie di attività manifatturiere – che oggi sta in maggior crisi, mancando del tutto una seria pianificazione. ‘Pianificare’ è una cosa, che da Ugo La Malfa in poi, fa quasi paura. Ma è come se si pretendesse che Robinson Crusoe dovesse provvedere al suo sostentamento a prescindere dalle risorse presenti nell’isola. Come se si pretendesse, per esempio, una dieta a base di uva e vino, in assenza di vitigni. Noi continuiamo a parlarne con Saverio Collura, della direzione nazionale del PRI, con cui da qualche settimana ci stiamo confrontando in occasione di un suo documento che parla proprio di questo: di rilancio del sistema Paese.

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