La Poesia ha ancora una funzione sociale?

Io non so dire cosa sia la poesia, tanto vale riconoscerlo subito. Perché fa poesia ogni carezza dell’anima che è quanto non capisco della vita. Oppure, mettiamola così: è poesia tutto quello che mi sfugge quando voglio razionalizzare e capire. Come se qualcosa, appunto quello che mi sfugge, mi prendesse da dietro e mi consolasse. La poesia interviene quando lo spirito dell’uomo non ce la fa. È qualcosa come la religione. Tu vuoi rappresentare un senso del mondo, ma alla fine è il senso del mondo che comprende te. Sei un soggetto e lì le cose, anche quando tu e le cose siete un unico sentire.

«La poesia è un’eco, che chiede all’ombra di ballare» (Carl Sandburg)

La poesia, come tutta l’arte, è il sentimento di un’umanità che vuole salvare il suo destino dal semplice accadere delle cose. Ecco perché finiamo spesso per parlare di amore. Perché l’amore è tutto quello che avremmo voluto vivere per poterci raccontare. Abbiamo bisogno di amare per esistere. La poesia è lì per farcelo raccontare, così il suo valore è anche terapeutico. Non solo esprime quello che non posso razionalmente dire, ma fa sì, che abitando parole altrui, io possa con quelle parole dare forma ai vuoti miei, a quel dolore e senso di vuoto che sento nello stomaco. Per questo spesso si scrive di qualcosa – lei, lui – ma sempre qualcosa che manca, qualcosa che non c’è più. La presenza di un amore ha sempre valore metafisico. È un’urgenza, un pronto soccorso. Ho imparato a mie spese che i versi valgono i silenzi. Posso testimoniare che il poeta comincia dove finisce l’uomo, come diceva Josè Ortega Y Gasset. Dai suoi scritti si capisce che è vero. Così possiamo accarezzare le persone anche quando non le possiamo raggiungere più. Si gioca con l’invisibile ma è un gioco per pochi, perché pochi sanno giocare per davvero.

Olga Fernandes, giornalista del Mattino e del Corriere della Sera, ha fatto qualcosa in più. Ha scritto un libro di poesie, «L’ORigano» il titolo. Con una motivazione in più: chi lo acquisterà contribuirà l’acquisto di defibrillatori, un’iniziativa sostenuta tra l’altro anche dai Giovani Repubblicani. «Il dolore ci cambia», ha detto l’autrice all’Ansa, «cambia le nostre percezioni. Siamo anime divise in due, tra generosità e diffidenza. Bisogna trovare il coraggio di cambiare, di dedicarci ad aiutare il prossimo». E così la sua funzione culturale è come quella del casco progettato anni fa da Hugo Gernsback. The Isolator, si chiamava. Serviva a ‘isolarsi’, e da qui il nome, da tutte le distrazioni. Tutte le distrazioni rimanevano fuori. Rimaneva fuori anche l’aria, a dirla tutta, tant’è che bisognava collegare un tubicino a una bombola d’ossigeno. Olga ci aiuta ad avere chiari gli obiettivi della cultura e a non distrarci. L’abbiamo intervistata.

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