Una strategia per la pace

L’Algeria e la Libia sono il prisma da cui si può leggere l’attuale crisi del Mediterraneo. Perché dietro c’è un conflitto, che ci riguarda molto da vicino: quello tra Francia e Italia. Ed era una cosa che già si poteva leggere nel memoriale segreto del 1868 attribuito alla Cancelleria Prussiana, destinato a Giuseppe Mazzini: «Quanto all’Italia e alla Francia, la configurazione del globo terrestre non potendo cambiarsi, esse saranno sempre rivali e sovente nemiche. La natura ha gettato fra esse un pomo di discordia che non cesseranno di contendersi: il Mediterraneo, porto ammirabile nel centro dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa, canale tra l’Atlantico e il Pacifico, bacino circondato dalle terre più favorite del cielo. […] È indispensabile per l’Italia il porsi in una condizione tale da non tremare per le sue coste, pel suo commercio, per le sue provincie, ad ogni corrugamento di sopracciglia del Giove francese».

Lo sottolinea il sempre ottimo Fabrizio Maronta sull’ultimo numero di Limes che si intitola, significativamente, Dalle libie all’Algeria.Affari nostri. Tanto per esser chiari. La geografia è destino.

«E il destino geopolitico dell’Italia si gioca nel Mediterraneo, medium liquido che da sempre configura la principale risorsa e il maggior vincolo delle italiche genti. Sfuggirvi è impossibile. Volenti o nolenti, siamo e resteremo esposti alla costante osmosi con le realtà che su questo mare affacciano. Alle opportunità e alle sfide che da esse promanano, ai vantaggi e ai rischi che presentano».

Vedremo se con Ursula von der Leyen qualcosa cambierà per davvero. Per ora no. I problemi ci sono, l’Italia è soggetta a una pressione che non può gestire da sola e per ora sono falliti tutti i tentativi di imporre nuove ridistribuzioni e nuovi schemi, per andare oltre il Trattato di Dublino che teneva conto di diverse condizioni geopolitiche.

Come evidenzia Mario Giro a parte la Tunisia e la Libia in guerra, tra gli Stati rivieraschi mediterranei ci sono regimi militari e autoritari in Algeria e in Egitto. Italia e Francia hanno avuto lo stesso atteggiamento: cautela e non ingerenza, per paura di andare ad alimentare l’islam politico e violento. I regimi dal canto loro hanno chiesto a tutti gli europei di chiudere un occhio sulle violazioni umane, come dire: un prezzo da pagare per contenere l’Islam radicale.

Poi c’è il cuore delle guerre. Una polveriera. La crisi del Mali, il Niger soggetto ad attacchi terroristici endemici, la Nigeria, tutti i paesi del Sahel (cioè anche la Burkina, la Mauritania e il Ciad) con spinte secessioniste e jihad. Una propaganda che fa molto uso dell’accusa di neo-colonialismo. Ma proprio Roma e Parigi potrebbero impegnarsi per tentare di stabilizzare l’area. La Francia da sola non ci riuscirebbe e non c’è riuscita. Un progetto complessivo per risolvere la grande crisi della migrazione deve prevedere sì il contenimento, l’accoglienza e l’equa distribuzione delle persone da controllare e degli aventi diritto. Ma deve immaginare di poter indebolire la spinta. «La drastica riduzione dei flussi migratori irregolari dalla Libia all’Italia», chiosa Luca Raineri, «si deve in larga parte alla riconversione delle milizie libiche dal business (economico-criminale) del traffico al business (economico-politico) della lotta al traffico di migranti». Anche la schiavitù di questa manodopera a costo zero era diventato un affare su cui lucrare. Ora, i “trafficanti estromessi dall’industria della migrazione hanno sviluppato strategie di diversificazione in settori meno soggetti al controllo internazionale. A Ovest di Tripoli, Zuwara e Zawira sono diventate i perni del contrabbando internazionale di carburante verso la Tunisia e l’Europa. Sabrata si sta specializzando nel traffico di stupefacenti che giungono dal Marocco. Il centro e il sud del Paese stanno diventando piattaforme continentali per il contrabbando dell’oro prodotto nelle miniere artigianali del deserto del Sahara.

Ma la mentalità coloniale, in Italia, resta. Intanto abbiamo bisogno di gas e petrolio. Nel 2017 abbiamo importato il 94,3% di petrolio e il 92,7% di gas. E i principali fornitori sono stati: Azerbaigian, Iran, Iraq, Russia, Arabia Saudita, Libia, Kuwait e Kazakistan. Ma appunta Maronta: «Il Mediterraneo è snodo cruciale dei traffici marittimi tra due dei principali mercati globali – Asia e Nordeuropa – e l’Africa, mercato ancora in larga parte embrionale ma con vasti potenziali e ricco di materie prime, agricole e minerarie». Questo concorre a rendere il Mediterraneo via di transito di un quarto del movimento globale di container a lungo raggio, ma anche trafficata arteria dei commerci a corto raggio.

Questo è lo scenario in cui l’Europa è chiamata a muoversi. Ne abbiamo parlato con Corrado de Rinaldis Saponaro, segretario nazionale del PRI.

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