Arrivano i barbari

Troppo facile dire: i barbari sono questi, i barbari sono quelli. Per vederli, i barbari, basta specchiarsi. È il nostro quotidiano malcostume, fatto di piccole furberie e soprattutto di giustificazioni, il terreno su cui si costruisce tutto il resto. Se uno Stato è una ‘sostanza spirituale’, e lo è, intendendo per ‘Spirito’ la ‘cultura’ che sostanzia il legame il legame sociale, di questo è fatto la sostanza. Pressappochismo, pigrizia intellettuale e tanta voglia di distillare le responsabilità. Noi ci identifichiamo, sempre, con il vapore che sale. Mai con la feccia che resta in basso. Siamo alchimisti birboni. Cioè tutti paraculi.

Arrivano i barbari (Rubbettino) è un inventario delle cose che ci fa male vedere e sapere. Si va da Davide Giacalone come si va dal dentista. Di mala voglia. Ci si imbottisce di antibiotici e di Oki per illudersi che il dolore al dente se ne vada per sempre. Ma non è così. E chi lo dice ti sta prendendo in giro. Giacalone no, ti dice la verità (parolone impegnativo, ma è tardi per cambiarlo) per come è, per quanto possa fare male. La differenza è che ti parla di cura. Ti dice: sì, di problemi nel nostro Paese ce ne sono. Ma non è che non se ne può uscire. Basta non prendersi in giro.

Perché i pompieri si muovano occorre che i condomini si rendano conto del pericolo, mentre, per ora, sono ancora impegnati a stabilire chi è l’estroso che ha provato a fare la grigliata in ascensore.

La questione è che bisogna (ri)partire dal concetto stesso di democrazia. «La democrazia non è solo il votare. Alla democrazia servono le regole, il diritto, i limiti oltre i quali non si può decidere (prego leggere l’articolo 139 della Costituzione italiana, per nulla in contraddizione con quanto proclamato dal secondo comma del primo articolo, che, poi, sarebbero l’inizio e la fine della Costituzione stessa). Quando, in nome del demos, si pratica la demagogia e si avvelena la democrazia non si ottiene il potere popolare, ma il trionfo del volgo. Schiettamente volgare. Tutti i politici inseguono il consenso, ma c’è una radicale differenza fra quanti affinano le proprie idee, le proprie letture del presente e le proiezioni nel futuro in modo da risultare accattivanti nel chiedere i voti e chi, all’opposto, prende gli umori e li promuove a sentimenti, proponendo agli elettori non le proprie, ma le presunte loro idee. Una condotta, quest’ultima, che degrada la democrazia a contabilità demoscopica e la politica a mero accudimento del consenso. Degradazione che s’è presentata in tante epoche e situazioni, ma che diventa disfacimento se assurge a unicità del contenuto proposto».

«Questo umiliante approccio, nel nostro continente, porta solo a mettere gli uni contro gli altri, sicché il problema non è più il confine nazionale dell’esercizio democratico (più propagandato che reale), ma la sconfitta incosciente nel ripercorrere le strade peggiori della nostra storia. Un pericolo enorme, che evapora, però, se trova soggetti politici capaci di metterlo in evidenza. Se trova cattedre e coscienza che, alla ricerca dell’applauso immediato, non si votino all’esecrazione e maledizione successive».

E come la mettiamo con la élite (l’immaginaria produttrice del “pensiero unico”, che è la versione moderna del complotto giudaico-massonico)? «Il guaio è che il concetto di élite, quale “parte migliore”, distorto in “parte dominante”, che non è affatto la stessa cosa, mal si concilia con l’idea d’essere rifiutata. Almeno non in modo cieco e indistinto: a fronte di una malattia tutti sperano d’essere curati dal miglior medico disponibile e financo con l’idraulico non ne cerco uno come me, che non ci capisco un tubo, ma competente e abile a risolvere il problema che mi sgocciola».

Ascolta l’intervista a Davide Giacalone
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