«Sono amico di Giorgio La Malfa, io voto repubblicano»

Nel giro di qualche giorno sono scomparsi due grandi vecchi della cultura italiana: Andrea Camilleri e Luciano De Crescenzo.

Andrea Camilleri, no, non era un intellettuale, e anzi: dobbiamo ragionare sul significato del termine ‘cultura’. Se ‘cultura’ è bildung, formazione, non basta fare buon intrattenimento. Sono due cose diverse. Una cosa è far crescere il pensiero, immaginare il proprio tempo, suggerire soluzioni eretiche, saper interpretare la politica, l’economia. Altra è raccontare storie. Non è giusto tenere tutto in un solo contenitore. E confondere le etichette. Non c’è una grandezza più grande di un’altra. Può essere divina persino la leggerezza. Ma non si può prendere Camilleri, da vivo o da morto, e pretendere che sappia avere intelligenti visioni del mondo.

Luciano De Crescenzo non raccontava solo storie. Quello, lo abbiamo detto, appartiene allo ‘spettacolo’, al varietà. Ha saputo abitare un mondo particolare, diremmo ‘di compromesso’ tra la leggerezza dell’intrattenitore, da Così parlò Bellavista in poi, all’intellettuale nel suo ruolo alto e pieno e nobile. Perché ha incarnato la missione di Fichte. Non il filosofo algido, altero, chiuso nelle sue mura e nel suo sapere. Ma il filosofo che non è nemmeno laureato in filosofia, ma che ha cuore, ha passione, ha talento e ha quello che a quasi tutti i filosofi manca: la voglia di avvicinare i suoi contemporanei alla sua filosofia. Vero, non è stato un Filosofo, di quelli che abitualmente si citano, ma è stato il primo gradino che ha consentito a molti di avvicinarsi alla Filosofia. Mazzini non era elitario. Non ha mai teorizzato gli illuminati da una parte, i pastori, e le pecore dall’altra. Mazzini ha pensato a un intellettuale che fosse lievito. Tu li metti nel mezzo del tessuto sociale e quello si gonfia di coscienza critica e consapevolezza. Più o meno, ci mancherebbe.

Che poi un po’ repubblicano De Crescenzo era per davvero:

Quando mi vedeva uscire da casa a Napoli, il mio portiere Raffaele dopo le elezioni mi chiedeva: «Ingegnè, per chi avete votato?» E io rispondevo sempre: «Raffaè, è inutile che me lo chiedi. Lo sai, sono amico di Giorgio La Malfa, io voto repubblicano.» E lui: «Repubblicano? E non vi fate sentire, fate una brutta figura: arrivate ultimo.» Io: «Come sarebbe a dire che arrivo ultimo?» E lui mi ripeteva la sua lezione: «Ingegnè, stateme a sentì. Voi dovete fare come ho fatto io. Da giovanotto, alle amministrative ho votato Achille Lauro, e ho vinto; poi ho votato sempre Democrazia cristiana, e ho vinto. L’ultima volta ho votato Bassolino e ho vinto ancora. Non so come faccio, ma io indovino sempre.» Lui era felice così.

«Non so voi, ma io sono sempre stato incuriosito della Massoneria, o meglio, da quelli che erano considerati i suoi princìpi, ovvero, l’amore fraterno, la carità e la verità». Scriveva così in Stammi felice. La Massoneria a cui si sentiva vicino era quella di ricerca laica del senso dell’uomo. Verità. Ma non una verità data, dogmatica, data dalle fedi religiose. Ma una Verità tutta da cercare, da inventare. Può essere falsa una verità così ma almeno è tua. De Crescenzo stava parlando del massone Gaetano Filangieri e del suo rapporto con un altro massone, Benjamin Franklin che scrisse a Filangieri dopo aver letto La scienza della legislazione. Un carteggio tra i due, e Franklin pensò bene di mandarvi anche una copia della Constitutions des treize Etats-Unis del’Amérique.

Tra la tristezza per la scomparsa di un uomo e le parole giuste per dirla ci passa la retorica. E di questo chiedo scusa. Del resto il ricordo è una cosa che resta. Non è importante scriverne adesso. È importante che De Crescenzo rimanga nella consapevolezza di tutti. Da domani.

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