Mai dire condono

Di condono fiscale si parla ricorrentemente. Sempre negli stessi termini. Sia che lo si faccia (come capitato più e più volte) sia che non lo si faccia. Quei termini, però, non sono i più adatti a capire di cosa si sta parlando e, da ultimo, è invalso l’obbligo di neanche pronunciare la parola. Ora si dice: pace fiscale. Vada per il requiescat in pace, ma chi è il defunto?


L’approccio più in voga invoca l’immoralità del condono. Naturalmente è adottato da quanti sono contrari. Immorale perché premierebbe chi ha tradito la legge e gli altri cittadini, non pagando il dovuto a tempo debito. L’approccio opposto, prediletto dai favorevoli, invoca la necessità. Che può essere duplice: quella del fisco di fare cassa, perché servono soldi (di gran lunga la più convincente); e quella del contribuente, che oppresso e vessato proprio non ce la fece a cavarsi il sangue necessario a dissetare il vampirismo fiscale. Sul tutto una bella spolverata d’ipocrisia.

Propongo approcci più sinceri e terra terra. Se si vara una riforma del sistema fiscale un condono ci può stare, proprio perché il cambiamento contiene in sé un giudizio negativo sul pregresso, sicché si offre la possibilità a tutti di ripartire in regola. Se non c’è nessuna riforma vuol dire che le casse statali sono a secco, altrimenti nessuno parlerebbe di condoni. Se quella è la mesta situazione, realisticamente, piuttosto che a me che ho già pagato meglio che prendano soldi a chi fu renitente. Gretto, ma realistico. In un caso come nell’altro a far la differenza non è tanto la parola “condono”, ma il quantum: se contiene una punizione, ci si può anche stare, ma in quel caso cade l’idea di soccorrere il povero contribuente; se non la contiene allora tanto vale andare da quanti non mancano di pagare e prenderli a pernacchie.

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