Brexit, la prima sfida di Ursula

«Ogni rappresentazione geopolitica ama teatralizzarsi. Produrre sacrari». Così scrive Lucio Caracciolo in Limes. Lo abbiamo citato spesso in queste settimane su L’Iniziativa Repubblicana, per tentare di avere una mappa per orientarci, perché la geopolitica è anche questo, un tentativo di aver chiare le dinamiche, cioè vedere cose che non vedevi, che supponevi, immaginavi, ma che non avevi mai dimostrato. Come i medici dei secoli scorsi che non avevano mai visto vene e arterie e provvidero le macchine anatomiche, con la cera colorata con un pennellino di nerofumo, porporina, azzurrite e cinabro.

«Londra abbonda troppo di nebbie e di gente seria. Se siano le nebbie che producono la gente seria o se sia la gente seria che produce le nebbie non saprei dire» (Oscar Wilde)

Trafalgar square è il luogo della memoria. «La statua dell’ammiraglio Nelson, in cima alla colonna perno della scena, poggia su di un piedistallo nel quale sono incastonati quattro rilievi in bronzo fuso da cannoni francesi dedicati a gloriosi fatti d’arme. Di qui l’eroe di Trafalgar contempla statue, ornamenti e palazzi che riproducono su scala metropolitana la vastità dell’Impero».

Ecco, l’Impero. Quando nacque il Commonwealth l’idea era quella di far sì che Stati con disomogenee condizioni economiche potessero interagire tra di loro. “Cooperazione”, ad esser sintetici. Una cooperazione attenta alla democrazia, ai diritti umani. Ma ai sudditi sembrò un naturale proseguimento, mitigato e corretto, dell’Impero, non un suo superamento. Una questione di paradigmi. Una visione utilitaristica dell’integrazione che non perderanno mai. Visione che fa il paio con l’orgoglio nazionalista, lo stesso che oggi guarda agli Stati Uniti e al mercato americano, e non più all’Europa. Krishna Kumar lo sottolinea: parte dell’antipatia britannica verso l’Ue nasce proprio dopo la seconda guerra mondiale. «Londra vede oggi il vecchio nemico – la Germania – al centro dell’Unione. E si chiede se abbia vinto la guerra per permettere ai tedeschi di vincere la pace».

«Inghilterra e Stati Uniti sono due nazioni separate dalla stessa lingua» (George Bernard Shaw)

Brexit era stata disegnata come uno ‘scenario apocalittico’, eppure in questi anni l’economia non ne ha risentito, né ci sono evidenze di paure e incertezze. Appena una decina di giorni fa si paventavano forze distruttive e disgregatrici. Ma qual è la realtà dietro le narrazioni e i toni da catastrofe imminente? Lo abbiamo chiesto a Niccolò Rinaldi, già parlamentare europeo e candidato repubblicano nelle liste di +Europa alle ultime elezioni.

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